Nuove infrastrutture, energie rinnovabili, manifattura, tecnologia, minerali e terre rare. La cooperazione tra la Cina e l’Africa si estende a tutti i settori possibili e immaginabili. Da quando, nel 2000, è stato istituito il Forum sulla Cooperazione Cina-Africa (Focac) il commercio tra Pechino e la regione africana è aumentato di quasi 30 volte, mentre gli investimenti del Dragone nel continente sono aumentati di cento.
La convergenza tra i due attori è stata accelerata dalla Belt and Road Initiative (Bri) ”versione 2.0” che ha fatto confluire nelle casse di vari Governi africani, soltanto nei primi sei mesi del 2025, la bellezza di 30,5 miliardi di dollari, un aumento di cinque volte su base annua. Ma non di solo commercio sono alimentati i rapporti sino-africani.
C’è, infatti, da considerare anche la sfera militare. Oggi il gigante asiatico addestra circa 2.000 ufficiali africani ogni anno ed è un fornitore leader di armi per il continente: supera la Russia nell’Africa subsahariana e rivaleggia con Stati Uniti e Francia nel resto del continente. Non è un caso che circa il 70% dei Paesi africani utilizzi ormai veicoli blindati Made in China.

Un nuovo abbraccio Cina-Africa
A proposito di ambito militare, tra i principali impegni cinesi in materia di sicurezza fino al 2027 troviamo lo stanziamento di 1 miliardo di yuan (circa 139 miliardi di dollari) in aiuti militari da destinare al continente, la formazione di 6.000 militari e 1.000 agenti di polizia, nonché esercitazioni e pattugliamenti congiunti.
Per quale motivo le nazioni africane sono così attratte dalle partnership di sicurezza con la Cina? In primis a causa delle armi economiche offerte da Pechino e dei finanziamenti più flessibili del Dragone rispetto ad alcuni fornitori occidentali. Così facendo la Cina può coltivare il favore delle élite africane, assicurarsi un trattamento preferenziale per le sue aziende e ottenere sostegno per le sue ambizioni geopolitiche.
Tornando sul fronte economico, Pechino è interessata alle risorse strategiche possedute dall’Africa. Se il litio e il cobalto hanno fin qui dominato la scena perché necessari per realizzare batterie per veicoli elettrici sempre più efficienti, sistemi solari e di difesa, adesso potrebbe essere arrivato il momento del rame, materiale che sta emergendo come un elemento chiave nella transizione all’energia verde.
I riflettori sono però puntati sulla Repubblica Democratica del Congo, che di fatto sta emergendo come principale fonte cinese di rame proveniente dall’Africa; nel 2024 le sue spedizioni di rame raffinato sono aumentate di oltre il 71% su base annua, raggiungendo 1,48 milioni di tonnellate.

Commercio e cooperazione
Ci sono svariati Paesi africani desiderosi di ampliare la cooperazione con la Cina. Di fronte a una tariffa statunitense del 30% a partire dal primo agosto, per esempio, il Sudafrica sta intensificando gli sforzi per aumentare significativamente le sue esportazioni verso Pechino.
Pochi giorni fa una delegazione di alto livello, guidata dal vicepresidente sudafricano Paul Mashatile, ha effettuato una visita all’ombra della Città Proibita proponendo opportunità strategiche per diversificare il paniere delle esportazioni nazionali oltre i prodotti di base, includendo anche beni farmaceutici, automobilistici e tecnologie verdi. La Nigeria ha invece ottenuto dalla Cina impegni di investimento per oltre 20 miliardi di dollari. I soldi del Dragone andranno a trasformare settori chiave dell’economia nigeriana: l’agricoltura, l’industria automobilistica, l’acciaio, l’energia e l’estrazione mineraria. Sudafrica, Nigeria: e la lista potrebbe continuare ancora.
In generale, la Cina dà l’impressione di voler sfruttare l’Africa come banco di prova per l’internazionalizzazione dello yuan, una missione da realizzare di pari passo all’obiettivo di rompere il predominio del dollaro statunitense. In uno scenario del genere un numero crescente di nazioni africane ha stipulato accordi per esplorare o implementare l’uso della valuta cinese per le transazioni commerciali e finanziarie. L’abbraccio tra Cina e Africa, insomma, si fa sempre più intenso.

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