Ci sono due Cine. Vivono una accanto all’altra, separate da poche centinaia di chilometri. La Cina in primo piano è quella che ce l’ha fatta, quella delle grandi megalopoli dove il sogno americano è rinato sotto forma di sogno cinese e dove il gap tra i ricchi e poveri ricorda più San Francisco che non la città di un Paese socialista. L’altra Cina è invece un altro mondo. È lontana dalla cronaca dei media perché qui non avvengono fatti rilevanti capaci di influenzare il resto del mondo, le persone non hanno grandi pretese – a volte faticano addirittura a mettere insieme il pranzo con la cena – e sono ancorate a vecchie usanze del passato.

Ecco: mentre gli indici economici e finanziari della Cina “numero uno” continuano a crescere, seppur rallentati dalla guerra dei dazi,  la periferia dell’ex Impero di Mezzo fa acqua da tutte le parti. Intere provincie dell’entroterra sono amministrate in modo a dir poco allegro dai rispettivi governi locali, che nel corso di anni di scellerata gestione hanno accumulato montagne di debiti. Vere e proprie voragini che Pechino fatica sempre più a contenere, dal momento che in certi casi gli sprechi sono stati così ingenti da far tremare i polsi al potere centrale.

Gli investimenti generosi dei governi locali

La situazione in cui sono costretti a operare i governi locali è causata da vari problemi. Certo, corruzione e mala politica trovano spazio ai primi posti della classifica, ma a ruota c’è la pessima organizzazione statale cinese. Già, perché il grosso dell’economia è generata dalle città situate lungo la costa orientale e da quelle antistanti il Delta del Fiume delle Perle, a sud del Paese; il resto vivacchia in una brughiera brulla, spoglia degli appigli necessari a innalzare il livello socioeconomico della popolazione locale.

Fino a qualche anno fa, i governi locali erano in una sorta di botte di ferro perché avevano trovato il modo per restare a galla. Il meccanismo era semplice: progettare infrastrutture a pioggia con soldi provenienti dalle banche statali. Così facendo, i cittadini del posto potevano essere impegnati in attività part time, agli atti c’erano pochissimi disoccupati e, in generale, tutti erano felici e contenti. Ma a lungo andare il motore si è inceppato, le casse statali hanno iniziato a piangere e i debiti sono diventati incontrollabili. Le amministrazioni hanno così dovuto interrompere la progettazione di numerose strutture, lasciando a piedi un buon numero di persone. Che presto potrebbero mettere in imbarazzo il Partito comunista cinese.

L’esempio della provincia del Guizhou

La provincia montagnosa del Guizhou è una delle più povere di tutta la Cina. L’unica fonte di sostentamento di questa, così come molte altre realtà periferiche, è rappresentata dagli investimenti riversati dalle amministrazioni locali nel campo delle infrastrutture. Come sottolinea il Financial Times, negli ultimi cinque anni il Guizhou ha visto aumentare gli investimenti infrastrutturali a un ritmo del 20% all’anno; tra i vari progetti spicca una ferrovia ad alta velocità, un sistema autostradale che potrebbe competere con quello della Francia e quasi la metà dei ponti più alti al mondo.

Nell’ultimo anno, le risorse investite da Pechino nelle infrastrutture sono diminuite a livello nazionale, passando da una crescita del 17% di due anni fa all’attuale + 2,8%. Il rallentamento di questo tipo di investimenti riflette sul rallentamento del Pil cinese, perché i due aspetti sono consequenziali. Costruendo infrastrutture, il prodotto interno lordo cresce; costruendone meno, rallenta. Il rapporto tra debito pubblico totale e Pil, nel Guizhou, è il più alto registrato in Cina nell’ultimo anno: 170%. È anche per questo motivo che Pechino ha deciso di prendere in mano le redini della questione per invertire una tendenza pericolosa. Sperando che ci sia ancora il tempo sufficiente per farlo.

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