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Non si ferma la partita finanziaria italiana, di recente animata dallo sfondamento di Monte dei Paschi di Siena in Mediobanca, dalla caduta del regno quasi ventennale di Alberto Nagel in Piazzetta Cuccia e dalla rivoluzione copernicana della finanza milanese.

Intesa-Generali, prove tecniche di colosso europeo

Se Mediobanca era il caposaldo più importante, in prospettiva gli scalatori del “salotto buono” milanese puntavano alla principale partecipata dell’istituto, Assicurazioni Generali. La cui risposta alla caduta del socio di maggioranza relativa del suo capitale è stato lo studio di un arrocco nientemeno che con la maggior protagonista della finanza nazionale: Intesa San Paolo.

La banca con sede a Torino e il Leone di Trieste sarebbero, infatti, interessate a generare un polo del risparmio gestito tramite joint venture capace di creare un campione di taglia europea. Unimpresa ha stimato in 1.554 miliardi la somma delle masse che manovrerebbe il colosso, con il contributo dei 909 miliardi di Intesa e dei 645 miliardi del campione assicurativo del Paese. Un dato che porrebbe la creatura, definita da Trieste “una pista valida”, al terzo posto dietro Amundi (2.100 miliardi) e Allianz Global Investor (1.700 miliardi) nell’Unione Europea.

Non è ancora chiaro se questa mossa possa apparire sostitutiva o complementare all’altro piano di Generali, quello per un’alleanza con Natixis. Ma sicuramente c’è un messaggio di sistema: il Monte dei Paschi, scalando Mediobanca, non deve considerare già sua Generali. Anzi, in particolare non devono pensare così i “capitani coraggiosi” di Rocca Salimbeni: il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri, ceo del fondo Delfin degli eredi di Leonardo Del Vecchio e, en passant, il governo italiano che col Tesoro possiede ancora una quota di circa il 5% di Mps.

Il mercato vigila sulla scalata “politica”

La Mediobanca “toscanizzata” (ma sarebbe meglio dire romanizzata) è il primo azionista di Generali con poco meno del 20% del capitale, ma Intesa non intende dar eccessivo spazio a alchimie finanziarie nate per strategie politiche prima ancora che per solide prospettive di mercato. La banca di Corso Inghilterra, dunque, si trova in questo senso allineata alla rivale Unicredit nel cercare una stabilizzazione del sistema e della sua proiezione internazionale.

A Intesa San Paolo e Unicredit, come a Generali, occorre innanzitutto saldare la finanza italiana alle catene del valore continentali rendendo i gruppi capaci di essere resilienti agli shock e non condizionati dalle alchimie del risiko nazionale. E così Unicredit ha comprato una quota segnaletica del Leone, prima di barattare la sua posizione in Mediobanca per marcare a uomo i vertici di Mps nel capitale di Rocca Salimbeni. Parimenti, ora Intesa studia questa operazione capace di rendere alleate due potenze.

Da un lato, la prima banca italiana per fatturato, la seconda per capitalizzazione nel Belpaese e la terza d’Europa. Dall’altro, Generali, prima assicurazione d’Italia, tredicesima istituzione finanziaria e settima assicurazione al mondo per ricavi, terza in Europa dopo Allianz e Axa, una delle ultime imprese private italiane ad avere una catena del valore internazionale.

Le logiche industriali di un asse Intesa-Generali

Secondo il Centro Studi Unimpresa, “la logica industriale di un’alleanza risiederebbe in una forte complementarità dei modelli di business: la distribuzione bancaria di Intesa, capillare e radicata sul territorio, incontrerebbe l’expertise assicurativo-finanziaria di Generali, leader nell’asset management multibrand” e inoltre “le sinergie possibili andrebbero dalla creazione di prodotti comuni fino a una maggiore penetrazione internazionale, passando per la diversificazione dei ricavi e la digitalizzazione dei servizi”.

Un messaggio economico che sembra parlare apertamente anche ai fautori dell’operazione Mediobanca-Mps: devono essere i risultati ottenuti sul campo a fare la differenza e devono essere le sinergie di mercato a essere al centro di ogni strategia.

La Mediobanca di Nagel si è pasciuta dei dividendi delle Generali di Philippe Donnet, da Piazzetta Cuccia sostenuto e tutelato in un contesto di alleanze con i fondi internazionali. Non è detto che alla nuova Mediobanca di Mps spetti lo stesso ruolo di kingmaker né che da Siena si possa pensare di disarcionare il manager riconfermato in primavera. Intesa è al lavoro, come Unicredit, per vigilare che il nascente “Terzo Polo” sia concorrenziale prima ancora che politico. E alza l’asticella delle operazioni possibili per capire se cosi sarà.

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