Vladimir Putin? “Pagherà le conseguenze” per aver tentato di interferire nelle elezioni americane del 2020. Joe Biden ha recentemente messo nel mirino la Russia, lasciandosi andare a una frase poco lusinghiera. Nel corso di un’intervista rilasciata ad Abc, il presidente americano, a una domanda ambigua del giornalista, ha affermato di pensare che Putin sia un “assassino”. Poco importa se Biden ha poi cercato di rimediare alla pesante gaffe diplomatica, sottolineando che i due Paesi sono in grado “lavorare insieme nell’interesse comune”. Mosca ha richiamato l’ambasciatore negli Usa, Anatoly Antonov, per analizzare le prospettive delle relazioni con Washington. Questa, in sostanza, è la cornice geopolitica che descrive il nuovo clima venutosi a creare tra Stati Uniti e Russia.

L’amministrazione democratica ha svelato le sue carte e piazzato Putin in cima alla sua lista di problemi da risolvere, al pari, o comunque poco distante, dalla Cina di Xi Jinping. L’improvvisa fiammata americana all’indirizzo della Federazione Russa ha provocato una inevitabile reazione. Mosca, preoccupata di trasformarsi in capro espiatorio del governo americano e, allo stesso tempo, di essere attaccata a testa bassa pure da Bruxelles, è stata quasi costretta a voltarsi verso Oriente. Realpolitik, necessità, occasione: si possono usare più termini, ma la nuda e cruda realtà è che la Russia si è spinta tra le braccia della Cina ancor più di quanto non fosse intenzionata a fare.

Urgono tuttavia un paio di premesse:

  • Cina e Russia, dall’ascesa di Xi in poi, si erano già cercate molteplici volte per motivazioni economiche e commerciali. Adesso le due parti riprenderanno i vecchi legami creati nel tempo così da rafforzarli ulteriormente.
  • Il rapporto di forza tra le due potenze è alquanto chiaro. Non ci sono dubbi, allo stato attuale, su chi dei due attori globali vesta i panni della parte forte dell’alleanza (Cina) e chi svolga, invece, il ruolo di fedele comprimario (Russia).

Da questo punto di vista, la bilancia pende in favore della Cina. Nonostante la Russia si trovi costretta “a inseguire”, vista la recente presa di posizione di Biden e le occasioni rappresentate dall’immenso mercato cinese, Mosca è ben lieta di oliare questo binomio.

Il Sacro Graal della BRI

La nuova pietra miliare alla base delle relazioni sino-russe ruota attorno alla Belt and Road Iniatiative (Bri) cinese, e la sensazione è che proprio da qui le due parti cercheranno di estendere la cooperazione a tutti i campi possibili e immaginabili. Nel maggio 2015 la Cina ha stipulato un accordo con la Russia intitolato “Dichiarazione congiunta sulla cooperazione tra la costruzione della Cintura Economica della Via della Seta e l’Unione Economica Eurasiatica”. Stando alle stime della Banca Mondiale, i progetti della Bri hanno un valore complessivo di 575 miliardi di dollari, mentre l’investimento in campo energetico vale, da solo, il 45% del pacchetto. È normale che la Russia, vero e proprio Paese chiave nell’ambito della fornitura di energia, sia ben felice di collaborare in quella che i cinesi chiamerebbero relazione win-win, ossia una relazione votata alla ricerca di mutui benefici.

Scendendo nel dettaglio, e considerando la regione eurasiatica, possiamo considerare la Bri funzionale a tre obiettivi cinesi.
Il primo obiettivo di Pechino è quello di migliorare la connettività tra alcune aree strategiche, tra cui l’Europa, l’Asia centrale, il Medio Oriente e, più in generale, lo spazio rimasto orfano dell’ex Unione Sovietica. La Cina ambisce a fungere da baricentro economico e geopolitico di queste zone di influenza, per altro contese anche dagli Stati Uniti. Il secondo è quello di creare una rete di partner commerciali pronti a supportarsi l’uno l’altro di fronte a qualsiasi evenienza. Vi è poi una terza necessità geostrategica che investe direttamente l’interno dell’Impero di Mezzo.

Con la Bri, Pechino mira a plasmare una completa e decisiva unità interna attraverso la distribuzione delle opportunità di crescita e sviluppo garantite dalla proiezione commerciale internazionale su tutto il territorio nazionale, oltre che a sfruttare gli investimenti infrastrutturali delle “Vie della Seta” per plasmare anche un compattamento geopolitico nazionale. Il passaggio di diversi progetti per la grande e strategica regione dello Xinjiang abitata dalla minoranza uigura, in questo contesto, è centrale per la proiezione della Cina come “Impero di Mezzo” e funzionale all’unità statale già messa in discussione dall’esistenza della secessione taiwanese.

È vero che, accanto al “Batman” cinese, forse la Russia soffre un po’ il “complesso di Robin”, complice la carenza di un set di motivazioni geopolitiche tanto articolato quanto quello sul quale può contare Pechino. Ma, d’altro canto, è impossibile negare gli enormi vantaggi che la Federazione Russa può trarre dalla sua partecipazione alla Bri. Come si legge nel testo Finanza e potere lungo le Nuove Vie della Seta, alla fine del primo trimestre del 2020, Mosca risulta il maggior beneficiario della strategia cinese  della Belt and Road con ben 126 progetti all’attivo, per un valore di 296 miliardi di dollari. La Russia ha quindi sfruttato la sua vicinanza geografica con Pechino, in aggiunta al peso specifico delle risorse naturali sulle quali può sempre contare in chiave expo.

Gas ed energia

Sono tanti i progetti da citare per evidenziare il potenziale della partnership tra Cina e Russia. Prendiamo, ad esempio, il Power of Siberia Gas Pipeline. Stiamo parlando di un gasdotto di 3 mila chilometri – della cui costruzione si sta occupando la russa Gazprom – che si snoda lungo le regioni di Amur e Irkutsk e il nordest della Repubblica Popolare cinese. Secondo quanto riportato da Refinitiv, si tratta di un progetto da 55 miliardi di dollari, uno dei più imponenti della Bri. Ma a che cosa serve un gasdotto simile?

Nel dicembre 2019 è scattato il semaforo verde per avviare le prime forniture del gas russo alla Cina proprio mediante il Power of Siberia. Al termine dei lavori potranno essere esportati 38 miliardi di metri cubi di gas verso la Cina ogni anno per una durata trentennale. Il governo russo riceverà in cambio qualcosa come 400 miliardi di dollari. L’obiettivo conclamato da Mosca e Pechino, non a caso, consiste nel portare la cooperazione strategica russo-cinese in campo energetico a un nuovo livello. In epoca pre-Covid si parlava di un commercio bilaterale di 200 miliardi di dollari entro il 2024.

Per Mosca, inoltre, la rotta orientale del gas russo apre a un rafforzamento strategico a tutto campo anche in relazione al suo posizionamento di fronte al mercato euromediterraneo. Nel contesto della “guerra fredda del gas” condotta dagli Usa e dai loro alleati durante gli ultimi anni e diretta alla riduzione della proiezione energetica di Mosca in Europa, nei Balcani e nel Mediterraneo la Russia ha potuto ribattere, come un giocatore di scacchi, mossa dopo mossa senza esser costretta ad azioni inconsulte proprio perché forte dell’assicurazione sulla vita del Power of Siberia. La cui costruzione ha funto da volano per valorizzare ulteriormente la posizione del Paese come hub globale dell’oro blu e aperto al coinvolgimento di Paesi come la Turchia, altra nazione vegliata con attenzione da Pechino come partner della Bri, in un’estensione dell’asse energetico centrato sulla Russia attraverso il gasdotto TurkStream.

Questione di necessità

Un altro progetto meritevole di attenzione riguarda Meridian. Nell’estate del 2019 la Russia ha dato il via libera alla costruzione di un’autostrada di circa 2 mila chilometri. La mastodontica infrastruttura, stando alle prime intenzioni, attraverserà Orenburg, Samara, Saratov, Tambov, Lipetsk, le regioni di Orel, Bryansk e Smolens, e collegherà Cina, Kazakistan, Bielorussia e i Paesi dell’Unione europea. Il costo totale dell’opera ammonta a quasi 600 miliardi di rubli (ovvero circa 9,4 miliardi di dollari).

Secondo quanto riportato dalla Nikkei Asian Review, l’autostrada avrà quattro corsie e sarà utile anche in ottica cinese, diventando la via di trasporto più breve capace di unire la Cina all’Europa occidentale. E garantendo una sovrapposizione di rotte autostradali, ferroviarie e marittime per il flusso di merci e persone tra le varie aree dell’Eurasia. Un principio di resilienza che casi come la recente crisi di Suez hanno imposto come necessario alle grandi potenze commerciali globali e che segnala, una volta di più, la valenza geostrategica del progetto Bri e del coinvolgimento di Mosca.

Uno spazio pensato in maniera comune

La fattibilità della Belt and Road Initiative non sarà connessa esclusivamente all’effettiva implementazione degli investimenti da centinaia di miliardi di dollari destinati a rimodellare “il commercio mondiale in termini cinesi”, come riportato da Jane Perlez e Yufan Huang del New York Times, ma sarà legata anche alla capacità di Pechino di creare un pensiero comune, un idem sentire sui vantaggi multilaterali dati dal progetto. Ora più che mai necessario dopo l’intervento del Covid-19 come attore in grado di sconvolgere gli equilibri politici ed economici su scala globale.

Mosca e Pechino stanno avanzando in quest’ottica creando una visione comune per pensare in maniera convergente alle questioni securitarie e strategiche riguardanti gli spazi geopolitici di comune pertinenza. Parliamo di un pensiero strategico che guarda oltre la Bri in sé e implica un’attestazione della natura estremamente delicata e competitiva degli affari internazionali e delle problematicità del contesto asiatico. Le vaste regioni dell’heartland centroasiatico un tempo solcate dalle antiche Vie della Seta di Samarcanda e in seguito teatro del “Grande Gioco” ottocentesco tra russi e britannici sono costellate da diversi focolai di instabilità geopolitica attivi da diverso tempo e molto eterogenei tra loro, dalle tensioni nella Valle del Fergana al confine tra Tajikistan, Uzbekistan e Kirghizistan alla perenne instabilità che attanaglia la regione del Pamir e le regioni prospicienti al confine afgano.

Parliamo di problematiche di lungo corso il cui risanamento appare vitale per garantire alla Russia e alla Cina una relativa serenità nel loro “estero vicino”. Le preoccupazioni securitarie fanno sì che per gli sviluppatori della “Nuova Via della Seta” risulti fondamentale dotare la Belt and Road Initiative di opportuni perni istituzionali, dotandosi di apparati e organizzazioni in grado di provvedere a monitorare l’evoluzione degli scenari critici che saranno attraversati dall’imponente progetto.

In questo contesto Cina e Russia partecipano attivamente ai lavori dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, fondata nel 2001 dai due Paesi assieme a Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan e Uzbekistan per implementare la coordinazione negli sforzi per la stabilizzazione dell’Asia Centrale dopo la caduta dell’Unione Sovietica e che si occupa principalmente di tematiche di matrice securitaria. Essa dal 2017 ha assunto una decisa strutturazione euroasiatica con l’ingresso a pieno titolo di due Paesi rivali tra loro, India e Pakistan, la prima fortemente vicina alla Russia e ostile alla Cina, il secondo tra i Paesi maggiormente interessati alla Bri. Segno della volontà di Russia e Cina di pensare a livello di sistema gli spazi di comune pertinenza e di voler basare la loro azione su forum di dialogo multilaterali.

Una cooperazione multilivello

La volontà di pensare in maniera comune gli spazi euroasiatici segnala una delle motivazioni principali che plasmano la sintonia russo-cinese: una pragmatica accettazione del fatto che, nonostante il divario di potenza, la relazione convenga sia a Mosca che a Pechino. Alcuni, come detto, considerano Mosca e Pechino amici-nemici, o anche amici di comodo. Può esser vero, ma è innegabile che progetti del genere portino benefici a entrambi le parti in causa. In ogni caso, il divario tra i due Paesi si sta allargando sempre di più, e per giunta in molte aree, tra cui l’economia, la popolazione, l’esercito e la politica.

Basti pensare che nel 2018 il Pil russo era solo il 12% di quello cinese, mentre la sua spesa militare un quarto di quella del Dragone. Attenzione però, perché anche la Cina ha interesse nel collaborare con Putin. Il motivo è semplice: il gigante asiatico è a corto di risorse energetiche ed è affamato di petrolio, gas naturale e altri prodotti forestali russi. Mosca considera ancora l’Asia centrale come proprio “cortile di casa“, ma da ora in avanti dovrà abituarsi ad abbassare le sue pretese. Per evitare incomprensioni con la Cina, certo, ma anche per creare un blocco capace di contrastare l’Occidente. Contro cui Putin e la Russia avranno sempre da giocare a fini diplomatici l’arma di un possibile rafforzamento dell’abbraccio con Pechino.