La geopolitica della corsa allo spazio
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La Banca centrale europea rischia di trovarsi di fronte un sentiero spinoso nelle ultime settimane: l’Eurotower si trova infatti al crocevia tra diversi problemi che si sovrappongono tra loro. E ai quali la risposta della Bce può porre ulteriori complicazioni.

Poniamo l’esempio della virata (poi corretta in corsa dopo l’esplosione degli spread) che ha riportato la Bce a indicare nell’inflazione il nemico pubblico numero uno e a programmare un innalzamento dei tassi e la fine degli acquisti di titoli per riportare l’indicatore al target del 2%. Ebbene, nei giorni successivi alla decisione annunciata da Christine Lagarde Mosca ha agito sul target più complicato da governare per gestire l’esplosione dell’inflazione, l’energia. La cui corsa è tornata a farsi sentire di fronte allo sfruttamento come arma di guerra economica del gas naturale.

Sull’energia, scrive il Corriere della Sera, nell’area euro su cui la Bce ha competenza “l’inflazione in area euro a maggio era al 39% e a giugno crescerà ancora grazie ai razionamenti delle forniture di gas che Mosca sta introducendo per ritorsione alle sanzioni varate a Bruxelles”: nei giorni scorsi Austria, Germania e Italia sono state interessate da queste dinamiche. “È da lì”, come noto, “che gli aumenti si trasmettono a tutti i beni e servizi ai quali serve energia per essere prodotti o trasportati”.

La Bce non ha ancora ufficializzato l’aumento dei tassi e non ha ancora formalmente finito il programma di acquisto titoli nell’Asset Purchase Program (App) ma ha già annunciato la sua correzione tramite uno scudo anti-spread ancora tutto da definire. Gli effetti concreti degli annunci si sono fatti sentire sotto forma di un allungo dei differenziali tra titoli e poi con una loro picchiata: un segno della sensibilità emotiva dei mercati in questa fase complessa.

Il punto è che la Bce sta reagendo con mezzi classici finanziari, vere e proprie risposte da manuale universitario, a un sistema economico in totale decostruzione in cui l’Europa ha diversi problemi: l’inflazione non è data da un surriscaldamento dell’economia ma dall’aumento dei prezzi dei fattori produttivi di cui l’Ue è carente, la guerra ai confini orientali e le sanzioni aumentano la capacità della Russia di usare tali fattori come strumento di pressione e si crea un circolo vizioso in cui a essere messa a repentaglio è la prospettiva di ripresa dell’economia reale.

A marzo l’economista Francesco Saraceno ammoniva sul fatto che riprendere le tradizionali visioni politiche di controllo monetario a sé stante in una fase in cui l’economia reale europea era nel caos avrebbe potuto generare nuovi effetti recessivi.

Negli Stati Uniti la reazione muscolare della Federal Reserve è arrivata per calmierare l’effetto di surriscaldamento economico legato alle politiche espansive delle amministrazioni di Donald Trump e Joe Biden in un contesto in cui il denaro facile di Jackson Hole finiva, al contempo, a alimentare la corsa delle borse prima della correzione degli ultimi mesi. In Europa l’inflazione è esplosa per fattori esogeni, dunque difficilmente governabili su scala monetaria.

O meglio, non solo su scala monetaria: per anni la Bce ha funto da supplente all’assenza di una politica fiscale anti-crisi, calmierando i disastri delle misure austeritarie con il sostegno alla liquidità. Oggi invece la Bce, governando senza strappi un rientro dalla fase dell’investimento massiccio, dovrebbe promuovere misure attive dal lato della politica fiscale. In tal senso lo stesso Saraceno ha avanzato nei mesi scorsi, mentre l’inflazione decollava, la via politica del controllo dei prezzi di asset critici per i rincari, dall’energia al cibo. “I governi dovrebbero considerare senza paraocchi ideologici controlli dei prezzi mirati e temporanei”, ha scritto su Domani.

Essi, “se sono inutili (anzi dannosi) quando l’economia si surriscalda, essi possono essere un utile strumento per evitare rendite e speculazioni in caso di shock temporanei e settoriali”. La Bce in questo caso si troverebbe in grado di governare un’inflazione “depurata” delle componenti strutturali più problematiche piuttosto che agire d’imperio in forma indistinta creando problemi all’economia reale e al circolo di denaro nei settori produttivi.

La mancanza della Bce è stata l’incapacità della Lagarde di muoversi politicamente oltre i limiti formali del suo mandato: ispirare azioni politiche in termini anti austeritari, mandare moniti, non escludere alcuna opzione. Un Whatever it takes del decennio attuale dovrebbe chiamare ad azioni concrete solo dopo aver dato indicazioni precise sulla rotta che l’istituzione intende seguire. Annunciare di subordinare la stretta monetaria alla diffusione di politiche di controlli dei prezzi o di calmiere dei beni essenziali, come fatto in Francia sulle bollette, promuovendole su scala comunitaria sarebbe stato un esempio di guida avanzata (forward guidance). Oggi invece l’Eurotower applica in ritardo soluzioni che sembrano ricalcate su quelle della Fed, nate da un contesto economico e finanziario diverso. Dimostrandosi incapace di guidare, sostanzialmente e pragmaticamente, la corsa dell’Europa verso il superamento dell’inflazione e del rischio recessione. Problemi lungamente sottovalutati dalla stessa Lagarde: segno che, nell’era del mondo globale, il potere tecnico è nullo senza l’immaginazione politica e la visione prospettica. Ciò che si è perso alla Bce dopo la fine del mandato di Mario Draghi nel 2019.

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