Aspettative di inflazione ai massimi da 32 anni, calo dei listini borsistici, rischio recessione e il tema annoso del debito: sull’economia degli Stati Uniti si stanno accumulando diverse pressioni che rischiano di intralciare la marcia dell’amministrazione di Donald Trump da poco insediatasi. Il Trump 2.0, come ha ben ricordato Gianmaria Vianova su queste colonne, vuole partire risolvendo i problemi degli squilibri commerciali e delle partite correnti degli Stati Uniti ma, indubbiamente, il calcolo che il comandante in capo sta facendo è al limite: The Donald sta promettendo meno dipendenza commerciale dall’estero, meno Stato (tagli del Doge di Elon Musk) e meno tasse per sdoganare più investimenti, più crescita e più stimoli allo sviluppo ma, ad oggi, la sua manovra si scontra con non pochi vincoli.
La correzione a Wall Street
Il principale “termometro” indicato da molti osservatori per mostrare le difficoltà del secondo Trump è stato, senz’ombra di dubbio, il turbolento sviluppo del mercato azionario, che ha subito una brusca correzione dopo che l’indice S&P500 ha toccato i massimi storici nella giornata del 19 febbraio. “I prezzi delle azioni erano un tempo l’indicatore preferito di Trump per il successo politico, e il presidente durante il suo primo mandato, si è sempre preso il merito di un mercato azionario in forte espansione”, nota il New York Times.
La borsa di New York ha perso almeno il 10% e diversi titoli, come Tesla, subito forti contrazioni. Va detto, però, che in un contesto di ciclicità dei mercati il trend degli indici borsistici è solo una tra molte variabili e che il calo di Wall Street è anche la conseguenza di borse sovraccariche di capitali ed estremamente concentrate ai loro vertici. Il boom di Nvidia, la corsa di aziende come Tesla “dopate” da trend politici favorevoli e il superciclo di investimenti in intelligenza artificiale avevano sovraccaricato l’S&P500 nel 2024, portandolo peraltro a una fase di estrema concentrazione, col 38% del capitale in mano alle prime 10 aziende a fine anno, una situazione mai vista in 145 anni di storia.
L’inflazione è un problema per Trump
Dunque, il nodo del calo delle borse racconta solo una parte della questione. Più complessa è invece la questione dell’inflazione statunitense, data con aspettative in ripresa sulla scia delle tensioni commerciali e della guerra dei dazi scatenata dall’amministrazione Trump contro diversi Paesi, dal Canada alla Cina passando per l’Unione Europea. “Le aspettative di inflazione a un anno di distanza sono balzate al 4,9%, il livello più alto da novembre 2022”, nota il Financial Times, aggiungendo che quelle “a lungo termine sono balzate al 3,9% dal 3,5%, portandosi al livello più alto dal 1993”.
Trump ha battuto Kamala Harris alle presidenziali di novembre puntando principalmente sulla dinamica economica e cavalcando la rivolta anti-inflazione della classe media e degli abitanti delle periferie della superpotenza. Ora un rinfocolamento dell’inflazione può rompere le uova nel paniere alla nuova amministrazione, che sperava in un combinato disposto tra costo della vita in calo, tagli al costo del denaro e aspettative positive dei consumatori per poter varare in tutta serenità il previsto maxi-taglio delle imposte che dovrebbe essere il fiore all’occhiello delle sue politiche economiche. Mercoledì Jerome Powell riunirà il vertice della Fed e c’è da aspettarsi che non proporrà l’atteso taglio ai tassi d’interesse su cui Trump spinge.
Tassi più alti vogliono dire, inoltre, interessi sul debito maggiori. E questo per Trump è un vero problema strategico: lo spazio fiscale necessario per la sua politica economica, dagli sconti sulle imposte agli investimenti volti a potenziare industria, tecnologia e infrastrutture, richiede un contenimento della spesa federale su altri fronti e un ridimensionamento della spesa per interessi che, già oggi, sopravanza l’intero budget della Difesa. Il servizio al debito estrae più risorse all’economia Usa di quanto faccia l’intero impianto della sicurezza nazionale e a febbraio il defict federale mensile registrato è stato uno dei più alti di sempre: 307 miliardi di dollari, il 3,7% in più anno su anno.
Il problema del debito Usa
Nei primi cinque mesi dell’anno fiscale 2024-2025 gli Usa hanno accumulato un deficit di 1.150 miliardi di dollari a cavallo tra l’era di Joe Biden e quella di Donald Trump, una crescita del 38% sul precedente periodo e in prospettiva si prevede che il sentiero di crescita del deficit federale, cresciuto da 1.380 a 1.830 miliardi di dollari tra il 2022 e il 2024, continuerà. Il disavanzo degli Usa, quest’anno, potrebbe essere superiore al Pil italiano, di: 2mila miliardi di dollari.
L’amministrazione vuole da un lato tagliare le spese improduttive con l’operato del Doge e dall’altro promuovere politiche che taglieranno le aliquote fiscali, aggiungendo fino a 3.300 miliardi di dollari a un debito federale che potrebbe, da qui a un decennio, toccare la quota monstre di 50mila miliardi.
Per Washington il privilegio di poter controllare il dollaro e finanziare il proprio deficit con l’emissione di titoli che sono un bene-rifugio per tutti gli investitori del pianeta è storicamente la garanzia sulla possibilità di potersi sostanzialmente indebitare all’infinito. Ma in un contesto che vedrà tensioni commerciali, inflazione persistente, tassi alti, interessi sul debito e spesa per servizio in crescita e politiche economiche orientanti a ridurre lo Stato sociale e aumentare i benefici per le classi più abbienti, sarà ancora possibile sostenere tutto ciò a lungo? Questi anni andranno osservati da vicino. Le Spade di Damocle che pendono sull’economia americana e la sua tenuta non sono poche. E anche una superpotenza deve farvi attenzione.

