Inflazione alta, energia cara, crescita al palo: per l’Ue la tempesta economica perfetta

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Mentre sul fronte geopolitico l’Europa è alle prese con dilemmi e divisioni, sul fronte economico la situazione non è meno critica. L’Ue attraversa la fase congiunturale più difficile degli ultimi decenni, stretta tra l’inflazione galoppante, una crisi energetica senza precedenti e un marcato rallentamento della crescita. Questi fattori si alimentano a vicenda, generando una sorta di tempesta perfetta per l’economia del continente.

Per capire la gravità del momento, basta un dato: l’inflazione nell’Unione ha toccato il livello più alto dalla nascita dell’euro. Nel 2022 i prezzi al consumo sono schizzati ben oltre il 10% in molti Paesi (nell’area euro l’inflazione annua ha raggiunto l’8,5%, con picchi come il +10,9% in Italia). Si tratta di cifre impensabili fino a poco tempo fa, che hanno eroso il potere d’acquisto delle famiglie e messo in ginocchio le imprese. Oggi circa 96 milioni di europei sono a rischio povertà o esclusione sociale, colpiti dall’aumento vertiginoso dei costi dei beni, dei servizi e in particolare dell’energia. Non a caso, l’autunno scorso le piazze europee si sono riempite di protesta: bollette della luce e del gas bruciate simbolicamente nei cortei, striscioni disperati con slogan come “non riusciamo più ad andare avanti”.

La causa scatenante di questa fiammata inflazionistica è in larga parte la crisi energetica. La guerra in Ucraina e le ritorsioni incrociate sulle forniture hanno fatto schizzare in alto i prezzi di gas, petrolio ed elettricità. In Europa si è materializzato uno scenario mai visto: dall’estate 2021 i prezzi dell’energia hanno registrato picchi e volatilità record, aggravati poi dall’invasione russa del febbraio 2022. Per un’economia come quella europea, fortemente dipendente dall’importazione di energia, lo shock è stato devastante. L’impennata dei costi del gas ha messo in ginocchio interi settori industriali ad alta intensità energetica, costringendoli a rallentare la produzione o addirittura a chiudere gli impianti. Gli effetti a catena sono stati immediati: i costi di produzione sono saliti, trasferendosi sui prezzi finali dei prodotti e generando inflazione a cascata. «L’aumento dei prezzi dell’energia, delle materie prime, dei servizi e dei beni industriali ha dato luogo a un’inflazione elevata e indebolito la crescita economica» sintetizza un rapporto del Comitato Economico e Sociale Europeo, evidenziando anche la forte pressione sulle finanze pubbliche e sulla competitività delle imprese europee. In altre parole, l’Europa si è ritrovata in piena stagflazione: crescita quasi ferma e prezzi fuori controllo.

L’esplosione dei prezzi dell’energia

Le radici di questa crisi affondano anche in scelte politiche discutibili fatte negli anni scorsi. L’Europa ha perseguito con zelo la transizione verde, ma in alcuni casi senza adeguata pianificazione. La Germania, per esempio, ha spento i suoi reattori nucleari puntando tutto sul gas russo a basso costo – una dipendenza che ha esposto il continente a un enorme rischio geopolitico. Quando il gas proveniente da Mosca è venuto a mancare, si è creato un vuoto difficile da colmare rapidamente: i prezzi nel 2022 sono esplosi fino a più del doppio dei livelli pre-crisi, mettendo in luce tutta la fragilità di un modello energetico costruito senza rete di sicurezza. L’errore strategico è apparso evidente: aver sostituito una dipendenza (le fonti fossili domestiche e nucleari) con un’altra dipendenza (il gas estero, per giunta da un fornitore inaffidabile). Così l’Europa, che ambiva a guidare la lotta al cambiamento climatico, si è trovata invece a riaprire centrali a carbone in emergenza e a pagare cifre esorbitanti per approvvigionarsi di GNL dagli Stati Uniti o dal Medio Oriente, pur di tenere luci e riscaldamenti accesi. Il tutto mentre il pubblico protestava per le bollette insostenibili e le imprese perdevano competitività. È un cortocircuito che illustra l’incoerenza di certe politiche: obiettivi nobili (decarbonizzazione, stop al nucleare) perseguiti senza valutare piani B realistici.

Va detto che l’UE ha cercato di correre ai ripari. Bruxelles ha coordinato misure come lo stoccaggio comune di gas, il taglio dei consumi energetici del 15%, e ha discusso tetti ai prezzi. I Governi nazionali, dal canto loro, hanno messo mano al portafoglio per mitigare l’impatto su cittadini e imprese. In totale, dall’inizio della crisi energetica nel 2021, i Paesi europei hanno stanziato oltre 700 miliardi di euro per proteggere i consumatori dai rincari – un impegno finanziario colossale. Ma anche qui non sono mancate contraddizioni: ogni Stato ha agito in ordine sparso, con chi poteva permetterselo (come la Germania) che erogava centinaia di miliardi in sussidi nazionali, mentre altri Paesi con meno margine di bilancio arrancavano.

L’assenza di una risposta davvero unitaria ha generato qualche tensione nel mercato unico, con timori di distorsioni della concorrenza. Solo a fine 2022 si è raggiunto un accordo, non senza fatica, su un meccanismo di solidarietà energetica e su un (timido) price cap al gas per evitare picchi speculativi. Queste misure hanno aiutato a superare l’inverno 2022-23, favorito anche da un clima mite e da stoccaggi pieni. Ma gli stessi esperti avvertono che l’Europa “non sarà fuori pericolo finché continuerà a dipendere in qualche modo dal gas”. In pratica, la crisi energetica europea è tutt’altro che risolta: potrebbe ripresentarsi con forza se la prossima stagione fredda sarà più rigida o se altri shock colpiranno il fragile equilibrio globale dell’energia.

L’economia tedesca non tira più

Sul fronte crescita economica, il rimbalzo post-pandemia si è ormai esaurito, lasciando spazio a una stagnazione preoccupante. Nel 2021 l’Europa era ripartita di slancio dopo il Covid, ma già nel 2022 la guerra e l’inflazione hanno frenato bruscamente l’attività. Il 2023 ha visto numeri deludenti: secondo le stime S&P, il Pil dell’Eurozona crescerà appena dello 0,6% quest’anno, ben poca cosa rispetto al +3,4% dell’anno precedente. Alcuni Paesi sono scivolati in recessione tecnica: la Germania – tradizionale locomotiva d’Europa – ha registrato trimestri di crescita negativa, zavorrata dai costi energetici elevati e dal calo della produzione industriale. Il dato sulla produzione manifatturiera tedesca, cuore dell’industria europea, è eloquente: non solo non ha recuperato i livelli pre-Covid, ma oscilla pericolosamente, segno di una vulnerabilità strutturale che si ripercuote su tutta l’Eurozona. L’economia tedesca “non tira più, e la sua crisi sta avvelenando il resto dell’economia europea” osservano analisti economici con toni allarmati.

Nel complesso, l’area euro arranca: la crescita è piatta, la fiducia di imprese e consumatori fiacca, e la parola “stagflazione” – combinazione micidiale di stagnazione + inflazione – è tornata nei dibattiti come negli anni Settanta. Il rischio concreto è di un declino competitivo: mentre gli Stati Uniti e la Cina corrono (gli USA, forti di energia a basso costo e maxi investimenti pubblici, hanno già superato del 5-6% il livello di PIL pre-pandemia), l’Europa resta al palo o indietreggia.

A complicare il quadro c’è la politica monetaria. La Banca Centrale Europea ha alzato i tassi d’interesse a un ritmo record nel tentativo di domare l’inflazione. Dal minimo storico, i tassi sono stati incrementati di oltre 4 punti percentuali in poco più di un anno, segnando la stretta monetaria più aggressiva nella storia dell’euro. Questa scelta sta raffreddando l’economia ancora di più: mutui e prestiti più costosi deprimono consumi e investimenti. Gli effetti già si vedono, ad esempio, nel calo marcato delle compravendite immobiliari e nel credit crunch per le imprese. Ora che l’inflazione headline sta finalmente rallentando (in alcuni Paesi è scesa intorno al 2-3%, molto distante dal picco del 2022), molti si interrogano se continuare con la stretta non sia controproducente. Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia e noto “colomba” in seno alla BCE, ha lanciato un monito chiaro: con l’inflazione vicina al target e la domanda interna stagnante, ulteriori rialzi dei tassi non sono più necessari. Anzi, insiste Panetta, perseverare con politiche restrittive rischia di condannare l’Europa a una stagnazione nel 2025 e oltre, soffocando sul nascere la ripresa.

L’economia europea a un bivio

Di fatto, l’Europa si trova a un bivio di politica economica: da un lato la lotta all’inflazione non è ancora vinta del tutto – specie a livello di inflazione “di fondo”, al netto di energia e alimentari, che resta sopra il 5% – e la BCE teme di allentare la presa troppo presto; dall’altro lato, però, l’economia reale sta soffrendo e vi sono pressioni crescenti per dare respiro a famiglie e imprese. Questa tensione tra obiettivi diversi rivela ancora una volta un’incoerenza nella strategia complessiva europea: la politica monetaria tira il freno, mentre la politica fiscale di molti governi (bonus, sussidi anti-carovita) ha spinto sull’acceleratore; il risultato è stato un parziale annullamento reciproco degli effetti, e ora che i bilanci pubblici sono provati dagli interventi anti-crisi, si rischia di restare senza munizioni né da un lato né dall’altro.