“L’obiettivo principale di questa politica è rafforzare la supervisione e il monitoraggio, nonché contrastare la sottofatturazione, i prezzi di trasferimento e la deviazione dei proventi delle esportazioni”. Sono queste le parole usate da Prabowo Subianto per illustrare la nuova politica economica adottata dall’Indonesia.
Il presidente del Paese musulmano più popoloso del mondo, alle prese con segnali interni contrastanti, come il crollo della rupia ai minimi storici (17.720 per dollaro) e la crescita del Pil del 5,61% nel primo trimestre del 2026 (più del 5,30% previsto dagli analisti), sta rafforzando il controllo statale sulle risorse naturali di importanza globale, come l’olio di palma, le leghe di ferro e il carbone. Le normative impongono alle imprese pubbliche di gestire l’export di questi prodotti in base alle esigenze nazionali così da portare più denaro nelle casse dello Stato. Ogni eventuale mancata dichiarazione sarà considerata una frode, ha aggiunto lo stesso Subianto, sottolineando di fronte al Parlamento che l’Indonesia ha perso 908 miliardi di dollari a causa della svalutazione delle sue merci al momento dell’esportazione.
Quella intrapresa da Jakarta non è un cambio di passo da poco, visto che stiamo parlando di una nazione abitata da 287 milioni di abitanti e che possiede le maggiori riserve conosciute al mondo di nichel, un minerale critico per il cui controllo Cina e Stati Uniti si contendono il primato.

La ricetta economica dell’Indonesia
A cosa punta l’Indonesia? A ottenere un maggiore potere contrattuale nei futuri negoziati con le altre nazioni desiderose di assicurarsi un accesso privilegiato ai propri prodotti strategici. Come ha sottolineato l’Associated Press, il suddetto sistema centralizzato di commercializzazione delle materie prime potrebbe anche aiutare Jakarta ad affrontare i problemi ambientali (di lunga data) causati dal sovrasfruttamento delle risorse naturali.
In attesa di ulteriori dettagli, negli ultimi mesi il governo ha intensificato i controlli sulle attività minerarie non autorizzate e promosso lo sviluppo della raffinazione nazionale di materie prime come carbone e nichel. La politica varata da Prabowo aumenterà poi le entrate statali e contribuirà a compensare le perdite causate dai maggiori sussidi elargiti dall’esecutivo per proteggere i consumatori dall’aumento dei prezzi del carburante innescato dallo shock energetico causato dalla guerra in Iran.
In base a quanto fin qui emerso, la prima fase del piano di controllo delle esportazioni dovrebbe svolgersi da giugno ad agosto, periodo in cui le aziende private cederanno le proprie transazioni di importazione ed esportazione alle imprese statali. Entro settembre, invece, le aziende statali dovranno gestire tutte le transazioni commerciali tra acquirenti stranieri e venditori nazionali.
La mossa di Prabowo Subianto
“Questa politica ottimizzerà le entrate fiscali e le entrate statali, nonché la gestione e la vendita delle nostre risorse naturali”, ha affermato Prabowo. “Non vogliamo che le nostre entrate siano le più basse semplicemente perché ci manca il coraggio di gestire ciò che ci appartiene, ciò che appartiene al popolo indonesiano”, ha quindi concluso.
Alcuni osservatori hanno già definito quello di Jakarta come una specie di “capitalismo di Stato”, e cioè un sistema in cui lo Stato possiede o controlla in prima persona i principali mezzi di produzione come se fossero entità commerciali a scopo di lucro, con l’intenzione ultima di sviluppare il Paese.
Nel caso specifico, una nuova impresa statale, Danantara Sumberdaya Indonesia, assumerà la gestione delle esportazioni delle materie prime chiave; si tratta di una società presieduta al 99% da Danantara, il fondo sovrano lanciato da Prabowo lo scorso anno.
Restano tuttavia diversi nodi da sciogliere. Uno, forse il più importante, lo ha sollevato The Diplomat, secondo cui la mossa di Prabowo rischia di turbare gli investitori internazionali, già preoccupati per l’incerta traiettoria delle politiche adottate dal suo governo. “Ogni prezzo deve essere determinato da noi stessi. Se non approvano il nostro prezzo, non sono obbligati ad acquistare”, ha comunque tagliato corto il leader indonesiano.

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