Una visita lampo, due ore appena, ma con la densità di un vertice che pesa più del suo calendario. Il 19 gennaio lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan è andato a Nuova Delhi e con Narendra Modi ha messo una firma da 3 miliardi di dollari sul gas naturale liquefatto: per dieci anni, mezzo milione di tonnellate l’anno da ADNOC Gas alla Hindustan Petroleum. L’India diventa il principale cliente di Abu Dhabi. Dettaglio commerciale? No: è la prova che nel Golfo la politica estera oggi passa dai contratti di fornitura, e che l’Asia è il mercato dove si decidono le nuove gerarchie energetiche.
La posta economica: scambi a 200 miliardi
I due leader hanno rilanciato un obiettivo ambizioso: raddoppiare gli scambi bilaterali a 200 miliardi di dollari in sei anni. La cornice è l’accordo commerciale del 2022, che ha trasformato l’intesa India–Emirati in un modello di cooperazione “a corsia veloce”. Qui la logica è semplice: l’India vuole energia garantita e investimenti; gli Emirati vogliono mercati stabili, domanda crescente e una sponda politica che non dipenda solo dall’Occidente.
Scenario economico: per Nuova Delhi, bloccare volumi e prezzi su un orizzonte decennale significa ridurre l’esposizione agli shock e guadagnare prevedibilità industriale. Per Abu Dhabi, significa ancorare una quota rilevante della produzione a un acquirente in espansione. Non è solo commercio: è costruzione di dipendenza “amica”, quella che ti protegge quando la geopolitica si mette di traverso.
Difesa: operazioni speciali e cybersicurezza
La parte più sensibile non è il gas, ma la parola “difesa”. India ed Emirati hanno annunciato l’intenzione di costruire una partnership strategica che tocca campi molto concreti: operazioni speciali, interoperabilità, cyberspazio, antiterrorismo. E siccome ogni frase in diplomazia è un bilancino, Nuova Delhi ha fatto dire al proprio capo della diplomazia, Vikram Misri, che questo non significa farsi trascinare nei conflitti della regione. Tradotto: vogliamo cooperare, ma senza diventare parte del problema.
Valutazione strategica militare: l’interoperabilità non è un concetto gentile, è un moltiplicatore operativo. Se due apparati imparano a parlarsi, a condividere procedure e a coordinare capacità, aumentano deterrenza e tempo di reazione. Ma c’è un prezzo: quando stringi i legami di sicurezza, l’ambiguità diminuisce. E in un Golfo che si polarizza a ondate, la chiarezza può diventare un bersaglio.
Il capitolo nucleare: cooperazione e reattori
Dentro l’intesa entra anche la cooperazione sul nucleare: sviluppo e attuazione di “grandi reattori” e sicurezza nucleare. È un passaggio che vale su due piani. Primo: prestigio e modernizzazione, perché il nucleare civile è un biglietto da visita di potenza tecnologica. Secondo: autonomia energetica nel lungo periodo, perché chi investe su più fonti riduce l’ansia da approvvigionamento. Per l’India, che cresce e consuma, è un tema strutturale. Per gli Emirati, è la prosecuzione della strategia: trasformare rendita energetica in infrastruttura di potere.
La partita con Pakistan, Arabia Saudita e Turchia
Il testo mette in scena anche l’altra partita: l’avvicinamento tra Arabia Saudita e Pakistan e la pressione turca per entrare in un patto di difesa che, con Islamabad, porta in dote anche la dimensione nucleare. In questa cornice, l’intesa India–Emirati viene letta a Nuova Delhi come un segnale “contro” il Pakistan. E infatti la stampa più schierata in India la racconta così: profondità strategica, risposta diplomatica, triangolazioni nel Golfo.
Qui entra il fattore industriale pakistano: l’uso della reputazione bellica come leva commerciale, con il caccia JF-17 prodotto con la Cina proposto come merce geopolitica. Il messaggio è chiaro: nel subcontinente la deterrenza non è solo missili e confini, è anche esportazione di armamenti e alleanze che comprano protezione.
La frattura nel Golfo: alleati insieme, rivali per influenza
C’è un ultimo livello, più silenzioso ma decisivo: Emirati e Arabia Saudita sono formalmente alleati nel Consiglio di Cooperazione del Golfo, ma competono sempre più spesso su teatri e clientele. In Yemen, Riad sostiene il governo riconosciuto; Abu Dhabi appoggia i separatisti del Sud, costruendo influenza lungo coste, porti e isole. In Sudan e in Libia, gli Emirati hanno scelto la strada dei “referenti forti” locali, per avere leve e corridoi. È una geopolitica da mercati emergenti: investire su uomini e territori come fossero asset.
Valutazione geopolitica e geoeconomica: l’accordo India–Emirati non è un fatto isolato, è un tassello della trasformazione del Golfo in piattaforma che guarda sempre più a Est. Se Washington appare meno capace o meno desiderosa di imporre disciplina regionale, ogni capitale si costruisce la propria rete di sicurezza. E quando l’energia si intreccia con la difesa, il commercio smette di essere neutrale: diventa schieramento, anche quando si dice il contrario.
Il punto vero: un’alleanza misurata in forniture
Il gas naturale liquefatto è il perno visibile, la difesa è la porta che si apre, il nucleare è la scommessa di status. Ma la sostanza è una sola: India ed Emirati stanno provando a convertire scambi e investimenti in architettura strategica. In un’area dove i blocchi si formano e si disfano, la forza non è solo avere amici: è scegliere dipendenze sostenibili e renderle reciprocamente convenienti. Quando ci riesci, non hai solo un contratto. Hai un pezzo di futuro sotto controllo.