India, Cina e petromonarchie, le relazioni pericolose (per il dollaro)

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Quando si parla della Russia, si sottolinea spesso la “svolta a Oriente” decisa dal Cremlino sulla spinta delle sanzioni occidentali e delle esigenze dell’economia di guerra. La si considera, appunto, una necessità, se non la condanna a diventare irrimediabilmente dipendente dall’assistenza della Cina. Dovremmo però far caso a un altro fatto: la Russia lo ha fatto nel modo più clamoroso e brutale, ma non è certo l’unico Paese a essersi rivolto a Oriente negli ultimi tempi. Un caso altrettanto clamoroso, per certi versi ancor più clamoroso, è quello delle petromonarchie del Golfo Persico, per molti decenni fedelissime partecipi delle politiche del mondo occidentale.

Se guardiamo alle dinamiche del Consiglio per la Cooperazione del Golfo-GCC (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar) scopriamo che l’Asia oggi assorbe il 70% delle loro esportazioni di gas e petrolio, con la Cina che conta da sola per il 20% e l’India che in dieci anni ha aumentato le importazioni del 36% ed è un aggancio-chiave per il settore petrolifero, visto che gli esperti prevedono he entro il 2030 il Paese di Modi diventerà il maggior importatore di greggio al mondo. E se i futuri consumi di petrolio sono legati al successo e alla rapidità della transizione a trasporti più ecosostenibili, resta comunque il gas: sempre secondo le stime degli esperti, la domanda cinese di gas dovrebbe raddoppiare entro il 2050, da 360 miliardi di metrici (BCM) a 700. E quella dell’Asia-Pacifico quasi triplicare, passando da 600 BCM a 1.600.

Il problema vero, però, è che la relazione Golfo-Asia ha ormai superato i tradizionali limiti del rapporto fornitore-consumatore e si è allargata a partnership più articolate e approfondite. Si è cominciato con quelle più “scontate”, comunque legate alle questioni energetiche. Saudi Aramco, la più grande azienda petrolifera del mondo, sta costruendo raffinerie e impianti petrolchimici in Cina in società con grandi aziende cinesi. Idem in India, dov’è presente anche la Abu Dhabi National Oil Company degli Emirati Arabi Uniti. Per non parlare delle iniziative sulle energie rinnovabili a cui questi Paesi lavorano sia nel Golfo Persico sia nei Paesi interessati dal progetto di Nuova Via della Seta di Xi Jinping.

Ancor più significative, però, sono le relazioni economiche extra gas ed extra petrolio che si sono costituite in questi anni. Secondo dati Arabian Gulf business Insight, nel 2021 la Cina già contava per l’11,7% dell’intero commercio estero degli Emirati, con scambi extra-energia per un valore di 58 miliardi di dollari, in crescita del 27% rispetto all’anno prima. Con aspetti tutti da scoprire: per esempio, la Cina è il quinto “esportatore” di turisti verso Dubai.

Altrettanto si può dire per quanto riguarda l’India. L’International Institute for Strategic Studies ci spiega che il GCC ormai vale il 15,8% dell’intero commercio estero dell’India, rispetto all’11,6% della Ue. Anche depurato di ciò chenriguarda gas e petrolio, la quota del GCC resta comunque al 10%, al terzo posto dopo NAFTA (l’accordo di libero scambio tra Usa, Canada e Messico) e Ue.

Questa pulsione verso Est non poteva che collegarsi, prima o poi, con quella della Russia. E infatti, come sottolinea Alexandre Kateb del Carnegie Middle East Center, “si è creata una rete di interessi comuni che comprende Dubai, Riyadh, Mumbai, Singapore, Hong Kong, Shanghai e Mosca”. Non deve quindi stupire, alla luce di tutto questo, che gli Emirati Arabi Uniti siano già entrati nei BRICS e l’Arabia Saudita abbia già ufficialmente chiesto di essere ammessa, insieme con il Kuwait e il Bahrein. Proseguono sulla strada di un progressivo affrancamento rispetto alle politiche americane e occidentali in genere e alle dinamiche economiche che esse producono.

Ma questi movimenti delle petromonarchie, con il loro patrimonio di giacimenti di gas e petrolio e le straordinarie riserve valutarie, potrebbero essere particolarmente interessanti per il vecchio progetto BRICS di costituire una valuta alternativa al dollaro per gli scambi mondiali. I Paesi del GCC negli ultimi tempi hanno fatto parecchie mosse per trattare le esportazioni di risorse energetiche in renminbi (o Yuan) cinesi e in dirham emirati. Ma con una loro piena partecipazione, la nascita di una valuta BRICS supportata da riserve d’oro e di petrolio potrebbe diventare piò possibile, con i vantaggi che uno sganciamento del dollaro comporterebbe in termini di capacità di regolazione delle politiche monetarie e, quindi, di governo delle mutevoli condizioni economiche interne ed esterne. Avvicinerebbe il sogno della dedollarizzazione dei traffici globali che Vladimir Putin e Xi Jinping accarezzano da tempo.

È un processo lungo, complicato e che può implicare nel breve e medio periodo grosse difficoltà. Ma è un processo, appunto, qualcosa di vivo e mobile, che ci converrà tenere d’occhio.

Fulvio Scaglione