Gli sviluppi nella regione del Golfo stanno causando “grande ansia”. Non potrebbe essere diversamente per un Paese come l’India che considera quest’area altamente strategica. Non solo perché da qui si snodano i flussi energetici necessari per alimentare la crescita di Nuova Delhi, nonché il commercio in entrata e in uscita. Ma anche perché nell’area trasformatasi in ring militare vivono e lavorano la bellezza di circa 10 milioni di indiani.
Sono ingranaggi fondamentali per il motore economico della loro patria. Il motivo è semplice e riguarda i soldi che queste persone guadagnano e inviano a casa attraverso le cosiddette rimesse: quasi 50 miliardi di dollari all’anno che attraversano il Mar Arabico, finiscono nel Paese più popoloso del mondo e incrementano il valore della valuta locale, la rupia.
Parliamo di una cifra enorme. Addirittura grande più del doppio dell’export di beni che ogni anno l’India esportava negli Stati Uniti prima dell’avvento dei dazi di Trump, e superiore pure a qualsiasi quantità di aiuti mai ricevuti dall’estero. Insomma, come ha sintetizzato anche il New York Times, lo scoppio della guerra in Iran non sta solo terrorizzando i mercati petroliferi, ma rischia di destabilizzare – e in parte lo ha già fatto – la vita di milioni di indiani.
Così la guerra colpisce i lavoratori indiani
“Quando il Golfo brucia, l’India sanguina”, ha intitolato il magazine indiano Frontline. A Nuova Delhi, non a caso, il governo si è subito attivato. Il ministero degli Affari Esteri ha osservato che le missioni indiane nei Paesi colpiti sono in contatto con i membri della diaspora indiana, e che stanno fornendo l’assistenza necessaria. Lo stesso dicastero ha allestito una sala di controllo speciale, attiva 24 ore su 24, per assistere i cittadini bloccati e a rischio nella regione.
Negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait e in Qatar, i migranti rappresentano rispettivamente l’88%, il 73% e il 77% della popolazione nazionale. E i lavoratori provenienti dall’India – impiegati nei settori dell’edilizia, dell’ospitalità, della sicurezza, dei lavori domestici e della vendita al dettaglio – rappresentano una quota considerevole.
Non solo: nel Golfo questi lavoratori hanno creato attività commerciali e mezzi di sostentamento per sé e per i loro familiari rimasti in patria. Il conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran rischia adesso di rimodellare l’intera regione compromettendo le rimesse indiane.
Attenzione, però, perché potrebbero pagare un conto salatissimo non solo i suddetti lavoratori ma anche i paperoni indiani che avevano scelto il Medio Oriente per far brillare i loro imperi. È il caso, per esempio, di Yusuff Ali, il fondatore di LuLu Group International, una catena di supermercati con un fatturato di oltre 7 miliardi di dollari che ha aperto i battenti negli Emirati Arabi.
Contraccolpi economici
La migrazione dall’India al Golfo è iniziata con i lavoratori del Kerala e del Tamil Nadu, salvo poi includere anche i lavoratori provenienti dall’Uttar Pradesh e dal Bihar. In base ai dati ufficiali, gli Emirati Arabi Uniti ospitano la quota maggiore di questi migranti – circa 3,5 milioni di indiani – seguiti dall’Arabia Saudita con circa 2,5 milioni.
Secondo la Reserve Bank of India, Delhi ha ricevuto la cifra record di 129,4 miliardi di dollari in rimesse nel 2024, in aumento rispetto ai 67 miliardi del 2012. I Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo hanno contribuito per circa il 38% al totale delle rimesse nel 2023-24, costituendo circa il 3-4% del pil indiano.
Qualsiasi evacuazione su larga scala dalla regione, necessaria se la situazione dovesse aggravarsi ulteriormente, rappresenterebbe un’enorme sfida logistica per Delhi. Il Times of India ha scritto che oltre 52mila persone sono già rientrate in India a bordo di voli charter e compagnie aeree indiane e mediorientali. La speranza di Delhi è che l’esodo non si aggravi.