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I Paesi Bassi, in Europa, ha scelto da che parte stare: al fianco della Germania e dei Paesi del Nord. Cioè all’interno di quel fronte rigorista che non ha alcuna intenzione di concedere finanziamenti solidali ai membri Ue. Per superare la crisi provocata dal nuovo coronavirus, sostengono dall’Aja, le varie economie del continente hanno già gli strumenti a cui appigliarsi. Morale della favola: niente eurobond e niente Mes senza condizionalità.

I conti dei Paesi Bassi sono in ordine, tanto che, secondo il Netherlands Bureau for Economic Policy Analisys, nello scenario economico peggiore il rapporto tra debito e pil olandese salirebbe, nel 2021, “soltanto” al 73,6%. Nello scenario migliore, che prevede un lockdown di tre mesi, i danni sarebbero contenuti a un calo del Pil 2020 dell’1,2% e poi una robusta ripresa nel 2021 con una crescita del 4,5%. Insomma, i numeri sono dalla parte del governo olandese, il quale fa buon visto a cattivo gioco: sì alla solidarietà europea ma alle condizioni che fanno comodo a Paesi Bassi e compagnia bella.

Il paradosso dei Paesi Bassi

È proprio questo uno dei motivi che ha spinto gli esperti a considerare i Paesi Bassi un “falco” poco incline ai compromessi a Bruxelles, soprattutto quando sono in gioco le finanze. Dalla nascita dell’Ue, di cui è orgogliosamente uno dei fondatori, ha visto la sua capacità economica triplicarsi, mentre il 70% delle sue esportazioni va verso gli altri Stati membri dell’Unione europea.

Eppure, nonostante tutto il loro europeismo, i Paesi Bassi sembrano aver segnato una rottura nei confronti dell’Ue. Lo spinoso nodo odierno non è la “Nexit” (ovvero qualcosa di molto simile alla Brexit), al contrario: come emerge da tutti sondaggi, la maggioranza dei cittadini dei Paesi Bassi vuole un’Europa più forte. Il problema è: come si fa a ottenere un’Ue più forte? A quali condizioni? Da qui nasce lo scontro con il fronte anti rigorista. In generale possiamo dire che il governo olandese cerca la propria “corrente” all’interno dell’Ue.

Giocare con il fuoco

In questi giorni sta andando in scena un braccio di ferro tra i Paesi come l’Italia e la Spagna, che chiedono i coronabond – ossia la condivisione del debito – per affrontare lo tsunami della pandemia, e chi – su tutti il premier olandese Mark Rutte in testa – insiste sulla versione ‘hard’ dell’Esm, ossia lo scudo di protezione del Meccanismo europeo di stabilità con tanto di condizionalità in termini di controllo di bilancio e riforme economiche.

Un atteggiamento, questo, che ha portato rappresentanti del governo a prendere posizioni estreme. “La Commissione Ue dovrebbe indagare sui Paesi che chiedono i coronabond per comprendere i motivi per cui non hanno abbastanza spazi di bilancio per rispondere all’impatto economico di questa crisi”: così parlò, appena il 26 marzo, il ministro alle Finanze olandese Wopke Hoekstra.

Parole che hanno avuto l’immediato effetto di scatenare dure polemiche, con il premier portoghese Antonio Costa, che è arrivato a definire “ripugnanti” le affermazioni del collega olandese. Poco è cambiato nella posizione dell’Aja dopo la parziale correzione di tiro di Hoekstra, che in seguito ha ammesso “errori” e accennato ad una forma di “empatia ridotta” nei confronti dei Paesi dell’Europa meridionale. La posizione del governo non piace a tutti, tanto è vero che negli ultimi giorni si sono sollevate diverse voci contrarie ai falchi. L’europarlamentare Sophie in t’Veld è una di queste. A Politico la deputata europea ha spiegato “che ai Paesi Bassi piace fare la parte dei testardi. Ma è chiaro che stanno giocando col fuoco, perché se cade l’Italia cade l’eurozona e allora cadiamo anche noi”.