Il peso dell’economia Usa sul totale del sistema produttivo globale è gradualmente in declino in termini relativi, e alla fine del mandato di Joe Biden potrebbe essere per la prima volta sotto il 15% del totale del Pil globale. I dati pubblicati dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale nel corso del 2024 indicano che a fine anno il peso del Pil Usa su quello globale nel peggiore dei casi equivarrà al 14,76% e nelle prospettive migliori, quelle del Fondo Monetario Internazionale, supererà di poco il 15%. In un decennio il sistema-Usa ha perso l’1% del suo valore relativo in un sistema calcolato a parità di potere d’acquisto.
Come cambiano i dati
Sebbene in termini nominali gli Usa abbiano a disposizione circa un quarto del Pil mondiale, i valori che misurano il potere d’acquisto effettivo della produzione di ogni nazione, e dunque “pesano” rispetto al costo della vita e alle dinamiche interne di ogni Paese l’attività economica, hanno da tempo sancito il sorpasso della Cina che oggi sfiora i 35.800 miliardi di Pil annui (a parità di potere d’acquisto) contro i quasi 28.800 degli Usa.
Sono le manifestazioni, queste, di un ridimensionamento fisiologico e inesorabile. L’economia Usa pesava il 21,3% del totale a parità di potere d’acquisto nel 1980, contro il 2,3% cinese. A declinare più di Washington è stata l’Europa, passata dal 25,83% al 14% odierno secondo i dati Fmi. Ma lo scenario di riferimento segnala che ormai, da tempo, il motore dello sviluppo mondiale si è allontanato dall’Occidente. Questo non significa, in termini assoluti, assecondare trend declinisti sulla fine della primazia economica a stelle e strisce.
Le spine degli Usa
Washington resta il motore dell’innovazione tecnologica, il polo finanziario per eccellenza, vanta il controllo sugli stretti marittimi da cui dipendono i commerci globali e una relativa autosufficienza energetica, ha un ricco mercato interno e un’economia trainata dai consumi, al netto della profonda disuguaglianza. Ma che l’unipolarismo economico sia terminato, forse definitivamente, era fatto noto da tempo, almeno dalla Grande Recessione. A cui gli Usa hanno dovuto, gradualmente, conformarsi.
Lo manifestano i crescenti esempi di difficoltà nell’applicazione delle sanzioni internazionali e gli escamotage con cui attori quali la Russia svicolano dall’assedio economico americano; lo confermano i tentativi di vari Paesi di erodere, passo dopo passo, il primato geo-economico e valutario del dollaro, che hanno nella Cina e, di nuovo, nella Russia il principale motore. Infine, ne danno ulteriore evidenza le difficoltà incontrare dagli States nel plasmare, in senso più sicuro sul piano geostrategico, le catene del valore in settori critici come la manifattura tecnologica. Del resto, la globalizzazione di impronta americana ha dato potere e influenza a centri produttivi, soprattutto asiatici, che ora chiedono il loro spazio. E della cui voce ormai Washington non può più disinteressarsi. Pena la spinta a rendere caotica e logorante la governance economica mondiale.