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L’80% delle sue esportazioni è dato dal tessile e dal vestiario prodotto spesso però in condizioni poco consone di lavoro: il Bangladesh è noto per il suo indotto tessile, che produce indumenti e capi che finiscono poi nelle vetrine di molti negozi occidentali. “Made in Bangladesh” è la frase che forse più si legge nelle etichette dei vestiti che si comprano anche in Italia, molti marchi hanno lì stabilimenti oppure subappaltano ad aziende locali.

Il più delle volte però, vengono denunciate situazioni e condizioni per gli operai inaccettabili: del resto, si produce in Bangladesh, secondo solo alla Cina per esportazioni tessili, proprio perchè la manodopera costa poco. E dietro tutto ciò, ci sono diritti mai accertati e riconosciuti, gente sfruttata con turni massacranti e costretta a vivere di stenti. Oggi gli stessi lavoratori dicono basta: già da una settimana l’intero comparto tessile è fermo per via degli scioperi degli operai.

La tragedia del Rana Plaza del 2013

Dacca, la capitale del Bangladesh, è una megalopoli che supera i dieci milioni di abitanti. Nel corso del tempo, con l’urbanizzazione della sua regione, inizia ad accogliere quartieri con enormi casermoni al cui interno infilare ogni genere di attività. Anche intere fabbriche tessili. Nel quartiere di Savar, uno di questi casermoni ha il nome di Rana Plaza: si tratta di un complesso di sette piani, che ospita di tutto. Nei piani bassi vi sono uffici e banche, in quelli più alti sono accatastate decine di società che ogni giorno sfornano centinaia di capi d’abbigliamento. Vi sono sia laboratori tessili, che piccole stanze che ospitano gli appartamenti per alcuni degli operai.

Accade, il 23 aprile del 2013, che vengono notate alcune crepe nel palazzo. Si decide di far sgombrare tutti e chiudere l’edificio per delle verifiche. Inspiegabilmente, l’inagibilità viene data solo per i piani inferiori, che ospitano banche ed uffici. In quelli superiori si può, anzi si deve tornare a lavoro. Il 24 aprile le fabbriche riaprono, al mattino però avviene ciò che si teme: l’edificio collassa e, al suo interno, inghiotte le vite di più di mille operai.

Una carneficina terribile, che fa notare al mondo ciò che già, in realtà, ben si conosce: in Bangladesh il boom del tessile è possibile soltanto perchè i lavoratori vengono sfruttati e costretti a lavorare in situazioni difficili. Compresi edifici fatiscenti, come nel caso del Rana Plaza. Un commercio fatto sulla pelle di migliaia di operai, a cui partecipano tutti i marchi più importanti della moda, o comunque una buona parte di essi. Compresi quelli italiani, anzi il fatturato degli scambi tessili tra Italia e Bangladesh nel 2016 tocca 1.2 miliardi di Euro.

Il clamore mediatico, nel paese asiatico così come all’estero, è enorme: la tragedia non passa inosservata. Si promettono iniziative volte ad aumentare i salari e ad affrontare il problema della sicurezza sul lavoro. Da allora altre tragedie del genere non sono capitate, ma le condizioni di vita della gran parte degli operai rimangono inaccettabili. Il profitto di molte aziende occidentali e gli interessi di un governo, quale quello locale, che nel tessile vede una delle poche voci positive delle esportazioni, vengono ancora una volta prima delle condizioni di vita di migliaia di lavoratori.

Gli scioperi in corso da oramai più di una settimana

Adesso il Bangladesh sta affrontando una situazione molto delicata sotto il fronte politico: pochi giorni fa elezioni cariche di tensione hanno alimentato un aspro dibattito nel paese, culminato in scontri e manifestazioni. A vincere è il premier uscente Sheikh Hasina, la donna forte del paese capace di ottenere un quarto mandato. Ma appianate le accuse di brogli e di mancanza di trasparenza, la leader di governo deve adesso fronteggiare un qualcosa che da queste parti non è molto usuale: uno sciopero.

I lavoratori del comparto tessile dicono stop a condizioni di vita misere ed a salari che non riescono minimamente a soddisfare le basilari esigenze. Lo sciopero parte dopo la decisione dell’ultimo aumento dei salari decretato dall’esecutivo prima delle elezioni. Lo stipendio base aumenta mediamente tra il 40 ed 50%. Come spiegano i giornalisti Golam Mortuja, Shuvankar Karmakar e Arup Roy, del quotidiano bengalese ProthomAlo, ogni cinque anni viene deciso un aumento dei salari per i lavoratori impegnati nel tessile. Di solito tale aumento raggiunge il 70%, se non di più. Questa volta è molto più basso, quasi neutralizzato a conti fatti dall’inflazione e dalla differenza del costo della vita rispetto al 2013.

Gli operai si sentono presi in giro ed entrano dunque in sciopero. Già da una settimana in molte fabbriche gli operai non vanno a lavoro, a Dacca in centinaia occupano le strade. Ne nascono anche scontri con la Polizia, a cui vien dato l’ordine di reprimere le manifestazioni. Proprio nelle ultime ore c’è una vittima tra i lavoratori che protestano nella capitale. Ma non è soltanto una questione di numeri: un aumento considerato poco adeguato è un po’ la goccia in grado di far traboccare il vaso. In realtà, i lavoratori del tessile nel Bangladesh rivendicano adeguate condizioni di vita, la fine di un sistema che li vede sfruttati e rinchiusi per ore dentro buie e poco sicure fabbriche.

C’è forse adesso, tra i lavoratori bengalesi, la consapevolezza di essere vittime sacrificali su due ben altari: quello delle aziende occidentali che lucrano sul basso costo della manodopera, e quello del governo che non può fare a meno degli introiti delle esportazioni tessili. E c’è chi giura che, da qui a breve, la protesta dei lavoratori potrebbe trovare ampio sostegno da parte della popolazione.