Tre oceani da blindare con due partnership, di tenore diverso ma di comune ambizione: fare degli Stati Uniti, nuovamente, l’isola al centro del mondo capace di tessere le fila degli scenari geostrategici globali. Questo il senso con cui gli Usa si approcciano alla loro risposta alla Nuova via della seta cinese e alle prospettive globali di iniziative come l’India-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec) e la Partnership for Atlantic Cooperation (Pac) emerse nelle ultime settimane.

Nel nuovo multilateralismo che bypassa le organizzazioni sovranazionali sono le associazioni tra Stati orientate a obiettivi strategici a fare la differenza. E così Washington vuole essere centrale nella partita per la connettività diventando il broker di forum di coordinamento specifici e legati dal nuovo collante dominante, il più chiaro di tutti: la geografia. Sempre più vera fautrice del destino dei grandi accordi globali in un contesto che sta vedendo la globalizzazione diventare una sorta di arcipelago in cui ogni isola è dominata da una o più potenze e plasmata da specifiche dinamiche di matrice regionale o macro-regionale.

Se vuole, come confermato di recente dal segretario alla Difesa Lloyd Austin, conservare tutte le specifiche della sua primazia globale Washington può e deve pensare globalmente per agire, a suo modo, localmente nei vari settori del pianeta. Provando a governarne l’intrinseca complessità e multipolarità. A questo avviso risponde l’Imec lanciato al recente G20 di Nuova Delhi.

In India il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, assieme a Narendra Modi, primo ministro dell’ex colonia britannica, ha annunciato che Stati Uniti e India si uniranno a Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Israele, Francia, Germania, Italia e Unione Europea nel promuovere i finanziamenti all’Imec, destinato a plasmare una rotta di finanziamenti ad attività infrastrutturali, commerciali e diplomatiche di contatto tra l’India, il Golfo e l’Europa. Un modo per blindare l’asse Oceano Indiano-Mar Rosso-Mar Mediterraneo e far decollare la partnership con l’India, che tramite l’accordo Quad è alleata degli Usa assieme a Giappone e Australia nel Pacifico

“Attraverso il progetto”, scrive sul suo sito il think tank Gulf International Forum, “gli Stati Uniti mirano a rimodellare radicalmente il panorama geoeconomico e geopolitico del Medio Oriente, potenziando i progetti di connettività regionale. Un piano del genere potrebbe essere spiegato dalle recenti tensioni tra l’amministrazione Biden e i partner del Golfo, che hanno cercato sempre più interazioni con Russia e Cina, come dimostra il riavvicinamento dell’Arabia Saudita all’Iran, mediato da Pechino, il concorrente di Washington in Medio Oriente”.

Di tenore diverso ma comunque strategica la Partnership for Atlantic Cooperation (Pac) conclusa da 32 Paesi indicati da Washington come caratterizzati da volontà di cooperazione economica e politica e dalla ricerca di ricette condivise per blindare la sicurezza dell’Oceano Atlantico e riuniti ai margini dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La Pac riunisce Paesi che si affacciano sull’Oceano Atlantico a ogni latitudine, e l’elenco dei membri indica che la proiezione è in particolare diretta al Sud Globale, in quanto quindici dei Paesi membri sono africani: i firmatari sono Angola, Argentina, Brasile, Capo Verde, Canada, Costa Rica, Costa d’Avorio, Dominica, Repubblica Dominicana, Guinea Equatoriale, Gabon, Gambia, Ghana, Guatemala, Guinea , Guyana, Islanda, Irlanda, Liberia, Mauritania, Marocco, Paesi Bassi, Nigeria, Norvegia, Portogallo, Repubblica del Congo, Senegal, Spagna, Togo, Regno Unito, Stati Uniti e Uruguay .

I Paesi firmatari della Pac, nella dichiarazione di inaugurazione del progetto, ricordano che “l’Oceano Atlantico ci connette ed è una risorsa importante per il nostro sviluppo, salute e benessere presenti e futuri e offre un potenziale economico non sfruttato, dalle risorse naturali alle nuove tecnologie” ma unisce anche “di fronte a sfide quali la pirateria, la criminalità organizzata transnazionale, il traffico di stupefacenti, nonché la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, il cambiamento climatico, i disastri naturali, l’inquinamento e il degrado ambientale, che pongono una minaccia per il nostro benessere, i nostri mezzi di sussistenza e l’economia oceanica sostenibile”.

La mossa segna un’azione vigorosa degli Usa verso un “Sud Globale” ritenuto terra ostile in larga misura a Washington. Alcune dichiarazioni permettono di connettere, con la presa di posizione sull’unità della sicurezza del campo atlantico, le visioni degli Usa a quelle di un gruppo più ampio di Paesi. La minaccia della pirateria e del terrorismo si somma a uno degli obiettivi dell’Imec: fare del progresso economico la via per depotenziare minacce come quelle dei radicali islamisti. A tal proposito, è curioso ricordare che il presidente senegalese Macky Sall ha recentemente sottolineato come minaccia collettiva internazionale il vecchio piano di organizzazioni come Al Qaeda e Stato Islamico di costruire un arco dal Mar Rosso alla costa atlantica che le crisi securitarie africane possono accelerare. Coordinare sforzi contro la pesca illegale, inoltre, coinvolgerà più Stati nel contenimento della Cina e della sua flotta d’altura clandestina, ritenuta la più grande tra quelle naviganti su scala globale, invitando anche Paesi con ottimi rapporti con Pechino come il Brasile di Lula a mettere un cuneo con la Repubblica Popolare su questo fronte.

I progetti hanno ancora struttura embrionale e hanno però la potenzialità di venire espansi a grandi piani collettivi. Il dato notevole di questi processi è che anche gli Usa ormai hanno interiorizzato la visione geopolitica basata sul controllo dei corridoi commerciali, economici, politici e strategici come via maestra per governare le acque agitate della globalizzazione odierna. Funzionerà? Difficile dirlo. Vero è, però, che questa tendenza può esaltare la valenza strategica del Sud Globale come terreno di contesa della Guerra Fredda 2.0 tra Washington e Pechino e al contempo accelerare la regionalizzazione dell’ordine globale e la trasformazione della globalizzazione in un sistema sempre più policentrico. La fine del mondo unipolare ne ha prodotto uno apolare. Ora questa spinta competitiva può organizzare un sistema veramente multipolare. La cui vera sfida sarà trovare ordine e coerenza interna di fronte alle spinte delle potenze-guida.