L’Occidente è alle prese da tempo con grandi partite economico-industriali riguardanti l’acciaio, e l’Italia con l’ex-Ilva è tornata nuovamente a affrontare il rischio di uno stop a quello che un tempo era l’impianto siderurgico più grande d’Europa, dopo che la procura di Taranto ha messo sotto sequestro un altoforno a seguito dello scoppio di una tubiera avvenuto lo scorso 7 maggio, e il rischio di un naufragio della trattativa per la vendita a Baku Steel.
Cosa succede all’acciaio italiano
Acciaierie d’Italia, il gruppo partecipato da Invitalia e da ArcelorMittal che controlla l’Ilva di Taranto e gli altri impianti del gruppo come quello di Genova, ha messo in cassa integrazione 4mila dipendenti mentre si complica la corsa alla vendita: “Qualora l’altoforno dovesse rivelarsi danneggiato in maniera irreparabile, il piano industriale di Acciaierie d’Italia – che punta a una produzione di sei milioni di tonnellate di acciaio entro il 2026 – si rivelerebbe probabilmente infattibile“, nota StartMag, sottolineando che questo rischia di rappresentare un pregiudizio alla possibile cessione del gruppo.
Resterebbe allora una sola strada, un ritorno al passato che però in un mondo competitivo saprebbe di futuro: la ripresa del controllo da parte dell’azionista pubblico, ovvero la riscoperta della strada tracciata dalla Finsider di Oscar Sinigaglia, che negli anni della ricostruzione post-bellica seppe, in seno all’Iri, dare con Taranto e altri poli l’autonomia all’Italia nell’approvvigionamento siderurgico, fondamentale allo sviluppo industriale del Paese.
Le prospettive dell’Ilva e dell’acciaio italiano
Ai tempi “l’economia privata era basata su un’imprenditoria diffusa, quella pubblica sostenuta dallo Stato aveva lo scopo di investire nel lungo periodo e creare concentrazioni di più grande dimensione”, come osservava nel 2019 il compianto storico dell’economia Giuseppe Berta. Oggi la sfida è quella di garantire approvvigionamenti solidi e continuità di rifornimento in epoche contraddistinte dal predominio della sicurezza nazionale sulla prosperità e da nuove guerre tariffarie internazionali. Ogni affare, dunque, sugli asset strategici va oltre il mercato.
Gli azeri, non a caso, chiedono al Governo Meloni tre garanzie per proseguire la trattativa: innanzitutto, una garanzia di continuità operativa di fronte alle norme ambientali, in secondo luogo un requisito di continuità operativa e infine, ma soprattutto, la prospettiva securitaria di un rafforzamento delle forniture gasiere a Taranto tramite installazione di una nuova nave per il Gnl che si sommi alle forniture via tubo (proprio provenienti dall’Azerbaijan) del gasdotto Tap. Tutto questo per garantire, nelle intenzioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, una continuità capace di garantire gli investimenti per la decarbonizzazione, quantificati in 4 miliardi di euro, e la ripresa della produzione a livelli accettabili.
Peraltro, già la proposta di Adi per il piano industriale era meno ambiziosa delle logiche su cui la sua azione si indirizzava pochi anni fa. Nel 2021 Acciaierie d’Italia prevedeva una produzione a regime, nel 2025, di 8 milioni di tonnellate con annessa svolta verso la decarbonizzazione e tutela occupazionale, nella consapevolezza che un depotenziamento degli altoforni tarantini avrebbe imposto problematiche strutturali al sistema-Italia. Ora la speranza è di una produzione del 25% inferiore in un contesto che vede molti dipendenti cassintegrati e una vendita aleggiare senza concretizzarsi.
Le nuove partite tecnologiche, industriali e commerciali plasmano i rapporti tra potenze e anche le grandi multinazionali diventano, anno dopo anno, soggetti sempre più “geopolitici”. Queste interazioni sono oggetto del nostro studio e del nostro lavoro di approfondimento. Per consentirgli di rafforzarsi, abbonati e schierati fianco a fianco con InsideOver!
Verso il ritorno dello Stato?
La prospettiva di un possibile ritorno dello Stato in campo come primo attore prende le mossa dalla presa di consapevolezza del fatto che l’’uscita dall’orbita pubblica dell’ex Finsider ha, nell’ultimo quarto di secolo, contribuito a frammentare la politica industriale nazionale e dunque a danneggiarne il coordinamento, prima nell’era dei Riva e poi in quella di Arcelor Mittal.
In una fase storica in cui addirittura il sempre “liberale” Regno Unito vede lo Stato scendere in campo per rilevare la proprietà di British Steel e far continuare a ruggire gli altoforni di Scunthorpe prevenendo una scalata cinese e in cui gli Stati Uniti, al passaggio tra Joe Biden e Donald Trump, continuano la linea operativa di fermare la scalata della giapponese Nippon Steel alla storica Us Steel di Pittsburgh in nome della tutela della sicurezza industriale nazionale l’idea di un nuovo, deciso intervento dello Stato per tenere in pista l’Ilva appare tutt’altro che remoto.
La base di partenza del controllo pubblico al 50% di Adi tramite un soggetto legato allo Stato come Invitalia potrebbe essere interessante. E in prospettiva, da grandi agende infrastrutturali (si pensi al Ponte sullo Stretto) alle politiche di rilancio dell’industria della Difesa sono molti i campi in cui al Paese, negli anni a venire, servirà acciaio. E risolvere la crisi Ilva è strategico per il progresso e la prosperità dell’Italia. Di fronte al rischio di un fallimento di mercato, lo Stato difficilmente potrà stare fermo.