Il Wall Street Journal promuove Trump

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Ha tutto il sapore di un endorsement l’appoggio esplicito dato dal Wall Street Journal alle politiche economiche del presidente Donald Trump a poche settimane dal cruciale appuntamento elettorale di novembre che vedrà l’inquilino della Casa Bianca scontrarsi con Joe Biden.

Sull’agenda economica il quotidiano di proprietà del magnate Rupert Murdoch lancia la volata al presidente legando risultati di ieri e sfide di oggi: “I risultati economici dei primi tre anni di Trump sono molti di più di quanti i suoi detrattori siano disposti ad ammettere”, nota la testata newyorkese, “e questo è fondamentale per capire quanto bene l’economia si riprenderà dopo il Covid-19″.

L’economia si preannuncia essere un terreno cruciale di scontro in vista del voto di novembre. Prima della pandemia, essa rappresentava il cavallo di battaglia del presidente. Con una crescita media attorno al 3%, l’affossamento della disoccupazione e buoni risultati sul fronte del rientro dei capitali, della partecipazione al mercato del lavoro e dell’aumento dei salari Trump vantava come benefica la sua “cura” alla prima economia al mondo, di cui i continui record di Wall Street avrebbero rappresentato la ciliegina sulla torta. La pandemia ha portato con sé il crollo del Pil di oltre il 30% nel secondo trimestre e decine di milioni di disoccupati, prima che negli ultimi mesi iniziasse un moderato rimbalzo. E per il Wsj le premesse costruite negli anni di presidenza Trump possono contribuire a rafforzare il ritorno alla normalità del Paese.

Cosa è piaciuto in particolare al Wsj dell’era Trump? A detta del quotidiano edito dalla Dow Jones & Company, l’azienda che cura gli indici alla Borsa di New York controllata dalla News Corp di Murdoch, il fatto che il tycoon divenuto presidente abbia risvegliato gli “spiriti animali” del capitalismo a stelle e strisce, rilanciando i dati sulla fiducia degli imprenditori (misurato dagli indici Nfib Small Business Optimism e Oecd Business Confidence) e mettendo in campo una poderosa riforma fiscale in grado di mantenere circolanti e attive ingenti masse di capitale. In questo contesto si inserisce il progetto di sistematica deregulation portato avanti dal Presidente e il Wsj, scrive StartMagne ricorda una in particolare: quella che ha interessato il settore energetico, permettendo alle compagnie del Oil & Gas di perseguire una strategia aggressiva che ha portato ad un boom della produzione e ha trasformato l’America in un esportatore netto di petrolio. E se di deregulation bisogna parlare, è necessario ricordare anche le banche, che sono state sollevate da tanti micro-adempimenti che ne appesantivano non poco il lavoro”.

Il Wall Street Journal sembra dunque prendere la strada del sostegno all’attuale presidente contro lo sfidante democratico: nel 2016 il maggiore quotidiano che sostenne Trump fu il capitolino Washington Times, senza che nessun media di primo piano arrivasse ad appoggiare la sua candidatura. Ben altro spessore avrebbe l’appoggio del quotidiano con la maggiore circolazione cartacea nel territorio statunitense, un sostegno che ha precise logiche. La grande vincitrice dell’era Trump è stata la borsa di cui il Wsj è voce e interprete dei sentimenti più profondi: anche dopo la batosta della pandemia, con il combinato disposto dell’effetto-traino delle compagnie digitali, degli interventi pubblici a sostegno dell’economia, del diluvio di liquidità della Fed e del rilancio del gioco finanziario gli indici sono tornati a macinare record su record. Trump is good for business, è il mantra che circola nei salotti finanziari americani da diversi anni. Il duplice volto della Trumpnomics si è negli anni gradualmente rivelato: da un lato, un rally notevole e di ampie dimensioni del Pil, delle borse, della crescita aggregata; dall’altro, una concentrazione della ricchezza in un ristretto numero di mani, in una èlite che comprende i Jeff Bezos, gli Elon Musk, i Tim Cook.

Come ha scritto l’analista Giacomo Gabellini, commentando il saggio The triumph on injustice degli economisti Gabriel Zucman e Emmanuel Saez, “nel 2018, per la prima volta nella storia, la fascia più elitaria della società statunitense (…) ha pagato un’aliquota fiscale effettiva – calcolata sommando le tasse federali a quelle statali e a quelle locali – pari al 23%, a fronte del 24,2% versato dalla categoria dei lavoratori semplici. Più di un punto percentuale di differenza”. Nell’era del post-coronavirus, con il continuo palesarsi della crisi sociale, Trump non potrà permettersi dati così problematici da questo punto di vista. La Trumpnomics deve tornare alle originali intenzioni elettorali del Presidente: creare posti di lavoro stabili e duraturi, investire in capitale fisso come le infrastrutture e ridare sicurezza a un Paese che si è scoperto fragile. Trump deve ricordare che l’endorsement di Wall Street è sempre un’arma a doppio taglio sul lungo periodo per i presidenti che lo hanno incassato: il caso di George Bush è fin troppo recente per esser scordato.