In una recente analisi sulle misure da mettere in campo per promuovere la crescita dell’Italia dopo l’emergenza pandemica Il Fatto Quotidiano ha avvertito sulla necessità di coniugare politiche anti-crisi e rispetto della sostenibilità del debito pubblico, segnalando che “occorrerà essere molto selettivi nella scelta di politiche che stimolino la crescita del Pil nominale gravando il meno possibile sulla finanza pubblica”.

L’analisi del quotidiano diretto da Marco Travaglio parte dall’assunto che per Roma i rischi maggiori nel prossimo futuro verranno dalla possibile esplosione del nostro indebitamento in rapporto al Pil e, al contempo, dall’effetto “palla di neve” dell’accumulazione progressiva degli interessi sul debito pregresso, potenzialmente in grado di diventare una valanga

A tal fine, prosegue l’analisi, andrebbero evitate politiche che non producono sostanziale crescita del Pil in rapporto all’investimento erogato: “i peggiori investimenti, contrariamente all’opinione oggi prevalente, sono proprio quelli in infrastrutture ferroviarie, tutti finanziati dallo Stato a fondo perduto e che, dopo molti anni, possono ridurre un po’ i tempi di viaggio ma contribuiscono poco o nulla alla crescita del Pil”.

Nell’analisi del Fatto c’è un vulnus di fondo estremamente comune nella pubblicistica italiana in materia di finanza pubblica: l’economicismo, ovvero la spinta a dover valutare ogni politica di crescita o stimolo in meri termini di costi/benefici, tralasciando il fondamentale ruolo politico nella decisione discrezionale della spesa, degli obiettivi di investimento e della programmazione. Scelte politiche che non potranno mancare nelle decisioni governative per il post-epidemia, quando si tratterà di ricostruire l’apparato produttivo e industriale del Paese e conciliare la riconquista di un sentiero di crescita significativo con altri obiettivi di lungo periodo: il rafforzamento della coesione Nord-Sud, l’offerta di un clima economico ideale per l’operato delle imprese, il rilancio dell’investimento in nuove tecnologie.

Proprio la mancanza di un coordinamento politico ha negli ultimi anni danneggiato la ripresa del Paese e messo a repentaglio la stabilità economica italiana, dato che ogni programma capace di creare capitale fisso e crescita di lungo periodo è stato subordinato al prevalere della spesa corrente e alle logiche austeritarie e di contenimento del bilancio. Su questo punto anche il Fatto certifica che è “quello che contrappone un’ Italia spendacciona alla frugale Germania. Se consideriamo infatti il surplus primario, che indica quanto “severa” sia la politica fiscale, vediamo che nei nove anni 2010-18 l’ Italia ha accumulato un surplus primario pari a circa il 13% del Pil, poco meno della Germania”. L’avanzo primario misura la differenza tra entrate e uscite dello Stato prima della spesa per interessi sul debito: e in nome di esso abbiamo sforbiciato programmi infrastrutturali, sanitàistruzione. Senza risolvere la crescita degli interessi sul debito, oggi pari a circa 180 milioni di euro al giorno.

La vera questione non è l’ammontare del debito ma le istituzioni che lo controllano. E l’Italia sconta una debolezza che rende facile per il mercato indurre oscillazioni sul valore dei Btp e sul loro rendimento: circa un terzo del debito pubblico è in mano a istituzioni finanziarie straniereIn Italia, scrive Risparmiamocelo, “sono gli investitori non-residenti in Italia a possedere la fetta più consistente del nostro debito pubblico. Oggi gli investitori stranieri possiedono il 35% (738 miliardi di euro) del debito italiano. Le banche detengono il 26% del debito pubblico italiano mentre altre istituzioni finanziarie, come assicurazioni e fondi, ne hanno in mano il 18%”. Dopo l’avvio dei nuovi programmi di stimolo della Banca centrale europea, secondo quanto stimato dall’Osservatorio Conti Pubblici dell’Università Cattolica di Milano, il debito pubblico potrebbe schizzare dall’attuale 134,8% del Pil al 157,6%, ma un quarto di esso risulterebbe controllato dall’Eurotower e dalla Banca d’Italia, fornendo di conseguenza uno “scudo” sugli interessi.

Il sostegno Bce e un incentivo, già proposto da personalità come Carlo Messina di Intesa San Paolo, alla mobilitazione del risparmio nazionale per sostenere il debito pubblico ridurrebbe il peso degli investitori stranieri sul nostro debito e dunque le fluttuazioni di mercato, peraltro già ridotte dal comportamento di buon senso di istituti come BlackRock e Goldman Sachs. Nessun discorso sul debito pubblico italiano è completo sul tema della sostenibilità se non vi rientra uno studio sulla distribuzione del controllo della massa di Bot e Btp emessi nel Paese. Da una maggiore concentrazione di questa nelle mani delle istituzioni finanziarie pubbliche e dei soggetti nazionali nascerà lo spazio di manovra per un debito pubblico completamente sostenibile e non esposto a un rischio esplosione.

 

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