diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

La crisi economica del Venezuela sembra non conoscere limiti ed ha coinvolto il settore petrolifero, che in passato era un asset privilegiato del Paese. La produzione di greggio è calata, nel mese di giugno, ad appena 400mila barili al giorno, una battuta d’arresto che la riporta ai livelli del 1934. A riferirlo è stata l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) che ha certificato un crollo del 37,5 per cento rispetto al mese di maggio, quando la produzione era di 570mila barili al giorno. L’offerta venezuelana, che dodici anni fa aveva toccato i 3.2 milioni di barili al giorno è in calo a causa di mancanza di investimenti, della corruzione e delle sanzioni americane. La situazione è paradossale: Caracas può infatti contare sulle riserve di greggio più consistenti del mondo.

Le ragioni di un tracollo pesante

Le misure restrittive decise da Washington contro la PvDSA (compagnia petrolifera statale venezuelana) sono in vigore dal 28 gennaio del 2019 ed impediscono a cittadini ed aziende americane di fare affari con la compagnia venezuelana ed hanno portato ad un blocco di quei beni della compagnia sottoposti alla giurisdizione americana. Il 56 per cento dell’export petrolifero venezuelano, nel 2019, è stato ricevuto da Cina ed India ed a seguire da Europa, Cuba, Singapore e Malesia. La crescita della domanda da parte dell’Asia e del Vecchio Continente non è però riuscita ad arrestare il declino dell’export poiché le turbolenze politiche ed economiche hanno strozzato la produzione interna. Secondo un report realizzato dall’Inter-American Dialogue, un think thank basato negli Stati Uniti, la presenza delle sanzioni americane e di anni di cattiva gestione hanno portato l’economia venezuelana al collasso e non sembra che il presidente Nicolas Maduro abbia intenzione di invertire la rotta. La crisi economica scatenata dalla pandemia di Covid-19 ha portato ad una riduzione del fabbisogno energetico mondiale e ciò avrà pesanti ricadute sull’industria petrolifera venezuelana.

Debolezza strutturale

Il Venezuela è preda di una carenza di carburante che si sta facendo sempre più grave e Caracas ha dovuto ricorrere all’aiuto dell’Iran, che ha inviato rifornimenti via mare nel mese di giugno suscitando le ire di Washington. Il petrolio iraniano non è però riuscito ad incidere in maniera sostanziale: molti venezuelani (con l’eccezione della capitale Caracas) sono costretti a rimanere in fila per ore prima di poter fare rifornimento alle proprie autovetture. Per Ezio Angelini, a capo della Camera di Commercio di Maracaibo, si tratta “della cronaca di una morte annunciata” dato che “il Venezuela non produce benzina in quantità sufficiente”. La posizione di Maduro, che il primo giugno è stato costretto ad annunciare un aumento del prezzo del carburante (prima quasi gratuito), è precaria.

Un Paese allo sbando

La crisi umanitaria del Venezuela, definita come la più grave degli ultimi decenni tra le nazioni che non sono in guerra, ha costretto 4.5 milioni di cittadini a lasciare il Paese mentre un cittadino su tre, tra quelli che sono rimasti, è afflitto da problemi legati all’insicurezza alimentare. La pandemia ha poi inciso negativamente sulle rimesse inviate dall’estero che, secondo l’economista Asdrúbal Oliveros, verranno decurtate dai 3.5 miliardi di dollari del 2019 agli 1.5 miliardi del 2020. Si tratta di una pessima notizia: due milioni di famiglie venezuelane dipendono dall’invio di denaro da parte dei parenti che risiedono all’estero. Altri parametri macroeconomici come il Prodotto Interno Lordo, che si è inabissato dell’88 per cento dal 2014 e l’inflazione, che ha raggiunto livelli incalcolabili, non sembrano lasciare alcuna speranza. Le elezioni previste per il 6 dicembre sono già state definite, dall’opposizione, come una farsa che favorisce il partito del presidente Maduro e sembra dunque improbabile che possano risultare decisive per contribuire a sbloccare la situazione interna.