Il Piano nazionale di ripresa e resilienza presentato dal governo Draghi alle Camere prenderà presto la via di Bruxelles per l’approvazione da parte dell’Unione Europea e nei prossimi mesi inizierà a essere messo in campo sulla scia dell’attivazione delle missioni e delle linee guida dei progetti delineati dall’esecutivo.

Il presidente del Consiglio, nel suo discorso alla Camera, ha puntato fortemente sul Pnrr e sull’aggancio italiano alla struttura del Recovery Fund considerandolo una sfida epocale che il Paese deve vincere valorizzando le risorse nazionali nel migliore dei modi. Non a caso il governo ha pensato di ampliare oltre i 191,5 miliardi di euro disponibili per l’Italia nel quadro del meccanismo europeo di ripresa e resilienza il perimetro del Pnrr, arrivando a una dotazione complessiva di 248 miliardi di euro contando i programmi di React Eu e il fondo complementare. A cui vanno aggiunte le misure per l’avvio delle politiche anticicliche promosse a partire dal recente Decreto Imprese.

Un mezzo per ravvivare l’economia

Il Pnrr sarà un tramite, un mezzo; il fine è ravvivare l’economia nazionale puntando sia sui programmi strutturati che sull’uso ordinario e strategico del debito. Fondamentale, in tal senso, sarà il coordinamento tra programmazione economica e industriale, attività delle imprese e elasticità del settore finanziario nazionale. Draghi dovrà in un certo senso vincere una nuova scommessa dopo il sostanziale fallimento della strategia adottata assieme a Carlo Azeglio Ciampi ai tempi in cui era direttore generale del Tesoro negli Anni Novanta, in cui il futuro presidente della Repubblica detenne le cariche di Ministro dell’Economia e Presidente del Consiglio: attivare una crescita dei mercati finanziari nazionali esterni al circuito bancario attraverso la privatizzazione e lo sbarco in borsa di parte dei monopoli pubblici legati storicamente all’Iri. Così non è stato, il sistema italiano è rimasto bancocentrico e, in un certo senso, per la necessità del Recovery italiano e del legame tra industria e territori ciò è stato in larga parte un bene. Il circuito del credito, in tal senso, può rivelarsi un fattore di rilevanza strategica per rafforzare il tessuto economico nazionale piegato dalla pandemia.

“Le banche”, nota Repubblica avranno un ruolo fondamentale nel coinvolgere nei rivoli del Pnrr le circa 300 mila imprese interessate, specie nei settori costruzioni, tecnologia dell’informazione, trasporti, manifattura elettronica, energia”. 250mila di queste, quasi l’85%, saranno piccole e medie imprese che hanno in genere nei “partner bancari il solo referente-regista nella pianificazione strategica. C’è poi l’aspetto di cofinanziamento” che la società di consulenza strategica Oliver Wyman ritiene possa conservativamente ammontare a 150-200 miliardi.

Il contributo delle banche

Il circuito del credito bancario potrà, in questo contesto, contribuire al rafforzamento del Paese a livello di filiera cooperando, laddove già esistono, con i campioni industriali e contribuendo all’edificazione di catene del valore concentrate sul suolo nazionle nei campi interessati da progetti ad alta intensità tecnica e innovativa (energia, digitale, sostenibilità etc.) e migliorando l’efficienza e l’agilità degli investimenti delle imprese finanziati dai fondi pubblici negli altri campi, dall’istruzione al turismo.

Il mondo bancario italiano, in tal senso, è già in fermento. E il campione nazionale privato, Intesa San Paolo, guarda addirittura oltre e raddoppia le stime del gruppo statunitense. Il presidente della banca di Ca dei Sass, Gian Maria Gros-Pietro, intervenendo all’evento Milano Capitali organizzato da Class ha parlato di una mobilitazione di fondi per progetti legati al Pnrr che nei prossimi anni coinvolgerà 400 miliardi di euro: 120 miliardi saranno per le imprese piccole, 140 miliardi per quelle grandi e 140 miliardi per le famiglie. Un impegno titanico che testimonia la volontà di Intesa di pensare a progetti sistemici capaci di unire al Pnrr la programmazione strategica nazionale. Intesa nel 2020 ha superato i 3,2 miliardi di euro di utile, sostenendo con forza i marosi della pandemia, e ha rafforzato il suo impegno il supporto all’economia reale, reso concreto da un “mini-Recovery” privato da 50 miliardi di euro erogati sotto forma di crediti per famiglie e imprese.

Un piano per filiere e distretti industriali

Carlo Messina, ad di Intesa e sostenitore del governo Draghi nella fase della sua nascita, ha auspicato che il Pnrr diventi in Italia “il piano delle filiere e dei distretti industriali”, mentre la necessità di erogare crediti continui alle imprese e di mantenere una decisa solidità negli istituti potrebbe essere il volano per un crescente consolidamento nel settore finanziario italiano. Andrea Orcel, neo-ad di Unicredit, mira a rilanciare grazie a un pragmatico piano di rafforzamento del gruppo di Piazza Gae Aulenti e alla presa di distanza da progetti avventati e potenzialmente dannosi l’operatività del gruppo, per il quale un consolidamento del rapporto con Bper potrebbe fornire un sostanziale equivalente dell’ampliamento avuto da Intesa con l’Opa su Ubi.

E alle spalle dei due big il risiko è in continuo movimento: a Bper guarda anche Giuseppe Castagna, ad di Banco Bpm, che ha recentemente auspicato la nascita, alle spalle delle due big, di “un terzo polo forte nel Nord Italia, per sostenere l’esecuzione del Pnrr”, mentre anche la Francia è della partita dopo l’Opa di Credit Agricole su Credito Valtellinese. Banche sempre più solide, concentrate e strutturate caratterizzeranno il settore privato italiano: la loro tenuta e la loro resistenza a shock sistemici sarà fondamentale perché si attivi il motore del credito a servizio dell’economia.

Il ruolo di Cdp

Il braccio operativo dello Stato per moltiplicare gli effetti dell’intervento pubblico sarà, invece, Cassa Depositi e Prestiti. Da mesi Cdp, invece, ha avviato Patrimonio destinato, il vero e proprio “fondo sovrano” dal valore di 44 miliardi di euro che ai sensi del Decreto Rilancio promosso dal governo Conte II avrà in gestione per il sostegno e rilancio del sistema economico e produttivo.

I beneficiari saranno società per azioni, anche quotate, con sede legale in Italia, le quali non operino nel settore bancario, finanziario o assicurativo, con fatturato superiore a 50 milioni di euro: un motivo in più per pensare che Draghi vorrà a capo di Cdp, nel round di nomine primaverili, un fedelissimo come Dario Scannapieco, attualmente in forze come vicepresidente alla strategica Banca Europea degli Investimenti. Dalla Bei in Italia sono arrivati nel 2020 12 miliardi di euro per progetti ad alta valenza strategica e siamo certi che anche nell’anno in corso il sostegno del “gigante nascosto” d’Europa continuerà con la solita costanza e pragmaticità. Senza banche, dunque, non ci sarà ripresa. La nuova dottrina keynesiana di Draghi dovrà stimolare il circuito del credito con investimenti pubblici ben strutturati e efficienti. 

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