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Il Turkmenistan è, insieme alla Corea del Nord, una delle nazioni più isolate della Terra. Sin dall’indipendenza, avvenuta nel 1991 all’indomani del crollo dell’Unione sovietica, questo Paese dell’Asia Centrale è stato retto da un regime fortemente autoritario e sospettoso nei confronti del mondo esterno. Il primo presidente del Turkmenistan, tra il 1991 ed il 2006, è stato Saparmurat Niyazov, artefice della politica di neutralità attiva perseguita dallo Stato e riconosciuta ufficialmente dalle Nazioni Unite sin dal 1995. Lo stesso Niyazov aveva però istituito un vero e proprio culto della personalità: le sue immagini erano ovunque, in spazi pubblici e privati e una sua gigantesca statua d’oro, che si spostava con il crescere o calare del Sole, era stata posta nel centro della capitale Ashgabat. Numerosissimi erano stati gli abusi dei diritti umani compiuti dal regime e migliaia di prigionieri politici giacevano nelle prigioni statali. Il successore di Niyazov, Gurbanguly Berdimuhammedov, ha inizialmente moderato gli eccessi del suo predecessore per poi, però, riportarsi sulla sua stessa lunghezza d’onda. Il Turkmenistan ha però una ricchezza nascosta che fa gola a molti e che potrebbe essere fonte di grande benessere: possiede, infatti, le quarte riserve più grandi al mondo di gas naturale.

Un tesoro nascosto e non sfruttato

L’isolamento politico ed economico di questa nazione ha storicamente  limitato le potenzialità di crescita derivanti dalla presenza dei giacimenti. Il governo del Paese è stato infatti riluttante a favorire lo stabile ingresso sul mercato delle grandi compagnie del settore e ciò rende più difficile sfruttare a pieno le riserve di gas. Un atteggiamento che si sta però lentamente modificando. Il presidente Berdimuhammedov ha dichiarato, nel 2018, come sia importante per il Turkmenistan costruire nuove rotte per favorire l’espansione dell’esportazione energetica e di come la nazione debba mettere in atto piani di costruzione di grandi ponti energetici che colleghino Est ed Ovest. L’esecutivo turkmeno è interessato alla realizzazione di un gasdotto che metta in comunicazione il Paese con Afghanistan, Pakistan ed India. Questo progetto, però, è ostacolato da problemi di finanziamenti e sicurezza, a causa dell’instabilità in cui è coinvolta Kabul. La Cina è attualmente la maggiore beneficiaria delle esportazioni di gas da Ashgabat, attraverso il gasdotto che collega l’Asia Centrale con Pechino. L’impianto, che passa per Uzbekistan e Kazakistan, è stato costruito grazie a finanziamenti cinesi e quindi l’export serve probabilmente a pagare parte del debito contratto con Pechino. Dall’aprile del 2019, inoltre, la Russia è tornata ad acquistare il gas turkmeno, dopo oltre tre anni di stop, seppur, si dice, ad un basso prezzo commerciale. Mosca è stata, fino al 2010, il maggior importatore da Ashgabat, poi il flusso si è progressivamente ridotto. Dietro il ritorno russo sul mercato locale ci sono diverse spiegazioni: secondo alcuni osservatori sarebbe un tentativo del Cremlino di far deragliare il progetto di gasdotto Trans-Caspico, che dovrebbe portare il gas dal Turkmenistan verso l’Europa, attraverso i Paesi del Caucaso. Secondo Vladimir Socor, che ha scritto di questo tema per la Jamestown Foundation, la nazione dell’Asia Centrale ha tutto l’interesse a trovare quanti più partner commerciali possibili. Ashgabat non monetizzerebbe a sufficienza l’export verso Pechino e quindi un nuovo acquirente servirebbe a rimpinguare le casse dello Stato e a rinforzare le prospettive di crescita. Il Turkmenistan soffre infatti di alti tassi di disoccupazione e ha un’economia piuttosto stagnante: all’inizio del 2019 l’esecutivo è stato costretto ad alzare le tariffe di luce e acqua, beni che un tempo venivano forniti gratuitamente ai cittadini.

Le prospettive

Le relazioni commerciali del Turkmenistan non si limitano però ai rapporti con Cina, Russia e potenzialmente Europa ed Asia Meridionale. Nel giugno del 2019 è stato inaugurato, nella città desertica di Ovadan-Depe, un mega impianto per la trasformazione di gas in gasolio del valore di 1,7 miliardi di dollari. La struttura è stata edificata dalla compagnia turca Rönesans e dalla giapponese Kawasaki Heavy Industries. Il grande rischio, per Ashgabat, resta però quello di non diversificare a sufficienza la propria economia, che resta fortemente dipendente dal metano e dai suoi prezzi sul mercato mondiale e quindi suscettibile ad eventuali abbassamenti degli stessi. Per cercare diverse fonti di introiti il governo nazionale ha investito sulle infrastrutture: risulta attualmente in costruzione un progetto di rete autostradale, dal costo di 2.3 miliardi di dollari, che dovrebbe favorire la crescita del commercio ed integrare maggiormente il Turkmenistan con gli stati confinanti. Questi sforzi non appaiono però sufficienti. Secondo un report del Foreign Policy Centre britannico, diffuso recentemente, il Paese è il più repressivo nella regione per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani, è afflitto da alti livelli di inflazione e la popolazione soffre di scarsità alimentari. Il Turkmenistan resta rigidamente chiuso in se stesso, senza una vera e propria opposizione politica e sotto il fermo controllo delle autorità. In queste condizioni lo sviluppo economico nazionale resta fortemente compresso entro limiti ben definiti e condizionato da fattori esterni. Una grave crisi produttiva potrebbe provocare forte instabilità interna e generare problemi nei confronti dei principali partner commerciali, tra tutti la Cina. Anche l’Asia Centrale, una regione dagli equilibri socio-politici molto delicati, potrebbe essere contagiata dall’instabilità di Ashgabat che, è bene ricordarlo, confina con l’Afghanistan, una vera e propria polveriera pronta a scoppiare in qualsiasi momento.