Nella partita globale per i vaccini contro il Covid-19 il presidio delle catene logistiche e delle filiere produttive si sta rivelando una sfida chiave per determinare la capacità di una nazione di procedere speditamente sull’immunizzazione della popolazione. Lo sanno bene Regno Unito e Israele, che sul pronto accaparramento di quote notevoli di vaccini hanno costruito le basi di una rapida strategia nazionale di immunizzazione.

Per l’Italia, Paese importante nella filiera farmaceutica ma che non ha storicamente nella produzione di vaccini un asset strategico, il modo migliore per inserirsi nella partita e evitare gli scivoloni conosciuti sul tema dal governo Conte II nella sua fase terminale è rappresentato dalla costruzione di una efficace pianificazione per utilizzare e ampliare la capacità produttiva a disposizione. Da un lato, puntando allo sviluppo del vaccino nazionale Reithera che lo Stato si prepara a sovvenzionare approfonditamente; dall’altro, puntando a inserirsi nelle catene del valore internazionali, come fatto dalla francese Sanofi con l’acquisizione di quote su licenza della produzione di Pfizer. E in quest’ottica il nuovo governo di Mario Draghi non può non guardare a due attori importanti: Russia e Stati Uniti.

Dichiarando esplicitamente la linea europeista ed atlantista del suo esecutivo, nel discorso alle Camere Draghi non ha però seguito l’amministrazione di Joe Biden sul terreno della conflittualità con la Russia di Vladimir Putin. E questo appare un punto di partenza fondamentale per capire la delicatezza del momento in cui stiamo vivendo, che vede l’Italia, assieme al resto d’Europa, prossima a sperimentare la possibilità che il vaccino Sputnik V, già promosso dall’Ungheria e su cui sta puntando con forza anche la piccola Repubblica di San Marino, ottenga il via libera dalle autorità sanitarie europee. Fattispecie che sembrerebbe avvicinarsi dopo il semaforo verde dell’ospedale Spallanzani di Roma (secondo cui Sputnik è “sicuro ed efficace, può avere un ruolo importante nelle vaccinazioni”) e aprirebbe la possibilità di drenare nel nostro Paese parte della produzione.

E qui rientrerebbe in campo la necessità di cercare un accordo con le piattaforme industriali e finanziarie che gestiscono il mondo farmaceutico statunitense. “”Per quanto riguarda l’Italia”, ha spiegato di recente a Repubblica il presidente di Banca Intesa Russia Antonio Fallico, “sono stati già acquistati dei macchinari italiani per la produzione del composto in un impianto a San Pietroburgo. Ci sono offerte da parte italiana, di un’azienda che è partecipata da un fondo americano, basata vicino a Siena, che sarebbe pronta a fare una joint-venture, perché ha bioreattori liberi”. Tale azienda sembra corrispondere all’identikit del colosso GlaxoSmithKline, che possiede uno stabilimento produttivo a Rosia, frazione del comune di Sovicille presso Siena. Gsk, società di diritto britannica ben inserita però nel sistema a guida Usa, ha visto di recente un aumento della partecipazione al suo capitale del fondo BlackRock, che possiede quote anche in Pfizer e Johnson&Johnson ed è un fondo estremamente attento alle dinamiche del nostro Paese. Il fondo guidato dall’ad Larry Fink, infatti, nella scorsa primavera ha sostenuto apertamente il debito italiano anche nel pieno della bufera pandemica, gestisce un portafoglio titoli diversificato nel Paese, che comprende anche quote di Unicredit, e rappresenterebbe un pivot fondamentale per futuri investimenti biotech nel campo della corsa al vaccino.

Venuta meno la possibilità di partecipare alla partita globale dei vaccini per lo scarso successo del siero sviluppato con Sanofi, Gsk potrebbe rappresentare dunque la chiave di volta per permettere lo “sbarco” in Italia di Sputnik V e della sua produzione, attraverso un’operazione che avrebbe chiari e precisi risvolti industriali e, soprattutto, geopolitici. Da tenere d’occhio, assieme alla Toscana, l’altra pharmavalley nazionale di riferimento, quella pontina che ha il suo epicentro tra Latina e Pomezia, che fornisce strutture fondamentali per produrre i confezionamenti dei vaccini e gli indispensabili monoclonali. Un’area strategica che da tempo è entrate nell’attenzione degli analisti come un distretto strategico per la partecipazione italiana alla corsa ai vaccini. Aspettando Reithera, Sputnik V può fornire notevoli prospettive in termini di attività e occupazione nel distretto e permettere all’Italia di “nazionalizzare” una parte della catena di approvvigionamento. Fattore fondamentale per evitare di trovarsi spiazzati.

E sul fronte del vaccino russo Mario Draghi potrebbe esser chiamato al primo, vero banco di prova in politica estera. Un’informale alleanza tra i poli produttivi di aziende afferenti al campo anglosassone e “atlantico” e la tecnologia farmaceutica russa mediata dalla programmazione industriale italiana rappresenterebbe un fattore di sviluppo notevole della lotta alla pandemia, facendone superare uno dei lati più “muscolari” e detonando diverse mine propagandistiche sul percorso della Russia verso un vaccino efficiente e funzionale, che diversi istituti di ricerca indipendenti in tutto il mondo stanno riconoscendo come valido e utile contro il Covid-19. Dato che aziende come Pfizer, associata alla tedesca Biontech, e AstraZeneca, che ha un perno produttivo in Belgio, hanno già catene del valore complesse, il vaccino Sputnik V, che Mosca ha bisogno di promuovere con forza all’estero, offre al contempo maggiori spazi di manovra di altri per consentire a Roma un’efficace strategia di inserimento. Parliamo di una partita da giocare con delicatezza e astuzia. Ma che può risolversi in una cooperazione win-to-win per Italia, Usa e Russia.