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Christine Lagarde ha, nel suo recente intervento sul tema del superamento del dogma dell’inflazione al 2%, bacchettato e non poco la politica fiscale adottata dall’Unione Europea nel corso degli ultimi anni. “Mentre la politica monetaria ha sostenuto l’inflazione”, secondo la Lagarde, essa “è stata controbilanciata dai venti contrari della domanda”, ovvero dall’eccessiva deflazione creata dalle politiche di rigore contabile che le commissioni Barroso e Juncker hanno più volte indicato ai Paesi dell’Eurozona come soluzione più funzionale alla crisi.

La Lagarde, insomma, ammette che la risposta politica, impostata su schemi ideologici che ritenevano impossibile ogni deviazione dal circolo taglio alla spesa pubblica-austerità-svalutazione interna, ha fallito su tutta la linea. E anche se pure per quanto riguarda il quantitative easing di Mario Draghi, come più volte argomentato, le problematiche non mancano, è vero che la progettualità dell’Eurotower è stata ben diversa da quella delle autorità politiche comunitarie. Secondo Lagarde “le revisioni alla produzione potenziale hanno scambiato i cambiamenti ciclici per tendenze strutturali”: quella dell’ex governatore del Fondo Monetario Internazionale è una stoccata durissima contro la regola dell’output gap, forse il più cervellotico e insensato tra i parametri che costituiscono l’architrave delle prescrizioni dei trattati europei, di cui le soglie sul debito e il deficit rappresentano la parte più visibile.

Esso misura la differenza tra il Pil reale di uno Stato e il cosiddetto Pil potenziale, ovvero quello che si misurerebbe in presenza di un pieno utilizzo dei fattori produttivi. “Dal 2011”, sottolinea Economia e Politica, “con l’introduzione del Six pack, e dal 2013, con il Fiscal Compact, i Paesi membri, per garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche, sono chiamati a rispettare il cosiddetto Obiettivo di medio termine (Omt): esso corrisponde all’ indebitamento netto strutturale, cioè alla differenza tra le spese e le entrate dello Stato quando l’economia si trova ad operare al massimo potenziale, cioè con output gap uguale a zero”. Lo scontro tra Italia e Unione Europea ai tempi del governo Conte I a guida M5S-Lega fu proprio legato alla differenza nei calcoli degli output gap tra l’esecutivo di Roma e la Commissione. Il primo presupponeva un output gap negativo, ovvero un Pil reale inferiore dello 0,6% al Pil potenziale, giustificando per questo un aumento del deficit; la seconda, invece, proponeva un output gap del +0,5%, affermando dunque che Roma doveva ridurre il debito pubblico perchè si trovava in una posizione in cui la sua produzione era superiore a quella teoricamente sostenibile.

A conti fatti, l’Italia nel 2019, quando ebbe effetto la manovra negoziata da Giuseppe Conte con un deficit al 2,04% come obiettivo, ha concluso con un deficit dell’1,6% e una crescita del Pil dello 0,3%: valori molto bassi per dire che Roma aveva necessità di un ulteriore restringimento del suo deficit.

Insomma, i calcoli sull’output gap e i “saldi strutturali” sono la base per le famose battaglie sugli “zero virgola” associate a ogni legge di bilancio e a cui, assurdità delle assurdità, si pretenderebbe perfino di associare un tasso naturale di disoccupazione, ovvero un livello percentuale di forza lavoro inoccupata che impedirebbe fiammate inflative. Come fa notare Marco Palombi su Il Fatto Quotidiano, “combinate con rigide regole fiscali, le stime retrospettive dell’output potenziale possono avere effetti veramente perversi”. Ad esempio: “una crisi come quella del 2008-2009 deprime la crescita dunque, per i tecnici della Commissione, anche il Pil potenziale; a quel punto Bruxelles chiede più austerità per non surriscaldare l’economia; l’effetto è che la crisi peggiora e anche il Pil potenziale e così via. Basti dire che nel 2014 la Commissione stimò la disoccupazione di equilibrio in Spagna quasi al 26% e in Irlanda al 15%”, mentre nel 2018 per l’Italia fu stimata attorno al 10%.

La regola dell’output gap è funzionale alla stabilizzazione degli equilibri economici imposta dalle logiche mercantiliste e competitive che sottendono ai trattati europei, destinati ad affidare a mercati ritenuti arbitri neutrali la compensazione delle differenze di produttività e sviluppo tra i diversi Paesi. Con l’illusione di affidarsi allo scrutinio di regole eterne e fisse, ma da tempo aspramente criticate all’interno della letteratura economica da studiosi troppo spesso dimenticati mano a mano che l’ideologia mercantilista e neoliberista ha voluto imporsi come l’unica accettabile.

L’output gap viene calcolato in funzione delle tre variabili: stock di capitale, tasso “naturale” di disoccupazione, produttività dei fattori produttivi. Variabili la cui consistenza è stata messa in discussione nel corso del Novecento dagli studi di diversi economisti, tra cui spicca il gigante dimenticato dell’economia italiana, Piero Sraffa.

L’argomento del capitale, in particolare, fu smontato da Sraffa nella sua opera più importante,  Produzione di merci a mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica (1960), cui seguì la battaglia delle due Cambridge tra i fautori della teoria mainstream, gli economisti della Cambridge americana (i futuri Nobel Paul Samuelson, Franco Modigliani, Robert Solow) e i critici di stampo keynesiano guidati da Sraffa (Nicholas Kaldor, Joan Robinson, Luigi Pasinetti, Richard Kahn) della Cambridge britannica. Sraffa, ci ricorda Rethinking Economics, in sostanza guidò la vittoria della Cambridge britannica dimostrando “l’impossibilità di misurare il capitale – componente della funzione di produzione insieme al lavoro – in maniera indipendente da ciò che il capitale stesso contribuiva a determinare. Da ciò discendevano problemi relativi ai concetti di prodotto marginale del capitale e del lavoro, anch’essi indefinibili”. Un grave problema laddove al prodotto marginale si pretendevano di associare direttamente salari, valori del Pil e altri indicatori economici.

La teoria mainstream ha poi visti premiati i suoi esponenti, sponsorizzati da accademie, think tank, partiti politici, e vista a decenni di distanza la controversia è emblematica della governance globale dell’economia applicata negli ultimi decenni. Anche la Lagarde, da direttrice del Fmi molto spesso aperta alle logiche neoliberiste, è arrivata a mettere la sua croce sulla regola più assurda d’Europa, il vizio tecnico che ha giustificato l’estremismo rigorista degli ultimi anni. E il fatto che una teoria screditata sia stata a lungo difesa a spada tratta come unico modello applicabile nei trattati europei la dice lunga sulle asimmetrie di un’Unione sempre più avulsa dalla storia in cui si trova. Dopo le parole, ora ci aspettiamo i fatti: saprà la Bce passare al sostegno diretto di politiche fiscali espansive nei mesi e negli anni a venire?