Il testamento di Armani chiude un’epoca del capitalismo familiare italiano

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L’apertura del testamento di Giorgio Armani ha segnato un cambio di passo importante nel capitalismo familiare italiano. La morte del 90enne “re della moda” ha visto scomparire non solo un uomo simbolo dello stile ma anche una figura imprenditoriale che aveva saputo attraversare un’epoca mantenendo il marchio in sua pressoché totale proprietà. Armani non si è mai tenuto meno del 99% delle quote di Giorgio Armani S.p.a. La sua morte, senza eredi diretti, ha creato un quadro successorio delineato dal testamento e che segna un’immancabile passaggio d’epoca.

D’ora in poi, “Armani” sarà sinonimo di Giorgio Armani S.p.a. e il destino del gruppo è scritto: in pochi anni, si dovrà passare alla vendita del 15% del capitale a L’Oreal, Lvmh o Essilor-Luxottica, scelte come prioritarie partner, o comunque a un brand dal pari valore. In prospettiva dopo questo atto da compiere tra il terzo e il quinto anno, Giorgio Armani S.p.a potrà vendere nei 5 anni successivi dal 30 al 54,9% ulteriore delle sue quote, o dovrà quotarsi in borsa tra il quinto e l’ottavo anno. Il 30% resterà in mano alla Fondazione Giorgio Armani che rimarrà garante della continuità famigliare.

Morto Giorgio Armani, la sua creatura perde l’elemento di unicità che ha permesso all’azienda di rimanere solida e continuare a competere. Armani ha sempre scansato le profferte francesi per quote del suo capitale, ma ora la realtà parla di una multinazionale da 2,3 miliardi di euro di fatturato che dovrà confrontarsi con colossi che sfiorano gli 85 (Lvmh) o con gruppi medio-grandi come Kering che si piazzano ben oltre i 15. Anche gli altri acquirenti potenziali di quote prospettati da Giorgio Armani nel testamento sono colossi: L’Oreal supera i 41 miliardi di euro di fatturato, EssilorLuxottica è oltre i 25.

In prospettiva, Armani ha ritenuto che il suo brand e la sua azienda andassero consolidati mantenendo il presidio della fondazione e facendo sì che a governare la transizione fossero i suoi discendenti più vicini e, soprattutto, il braccio destro Pantaleo Dell’Orco. Lo storico manager di Armani e presidente dell’Olimpia Milano avrà il 30% delle quote e il 40% dei diritti di voto nella nuova società che dovrà governare l’uscita graduale degli eredi a favore di un assetto di mercato.

Il ruolo di Pantaleo Dell’Orco

Dell’Orco è stato ricompensato di decenni al fianco dello stilista con l’eredità della quota del 2% detenuta da Armani in EssilorLuxottica, che ad oggi sfiora i 2,5 miliardi di euro di valore. Segno, questo, che non era intenzione di Armani rendere la sua società la cassaforte di altre partecipazioni che potessero inserirla in giochi finanziari a cui non è strutturalmente pronta come invece lo era Delfin, la finanziaria del fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio, alla morte del patriarca del gruppo di Agordo trapiantato a Parigi.

Del resto, quando un sovrano muore senza eredi è doveroso che si cambi dinastia. E quando il sovrano in questione era il re di un dominio personale, non statuale ma legato direttamente alla sua persona, giocoforza è possibile che il vuoto tenda a colmarsi. Probabilmente Giorgio Armani ha solo anticipato quella che sarebbe stata una tendenza chiara del futuro: l’interessamento dei colossi internazionali per la sua azienda. Ha voluto, a monte, restringere il perimetro di partner e collaborazioni e dettare una roadmap precisa.

A suo modo, l’ultimo atto di un capitalismo padronale all’ennesima potenza che detta quasi un decennio di storia futura del gruppo e prescrive molte tappe è anche un sintomo di modernità e lucidità. Giorgio Armani ha lasciato intendere la strategia per far sopravvivere il suo marchio alla sua morte. E probabilmente, finito l’incantesimo legato al suo nome, ora toccherà all’azienda diventare un’impresa “normale”. Sempre nel nome di chi l’ha portata a conquistare risultati straordinari.

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