Se negli scorsi decenni i vertici del Partito Comunista cinese erano particolarmente preoccupati dal divario economico, all’epoca piuttosto marcato, tra la parte orientale della Cina, dinamica e ricca di investimenti stranieri, e quella occidentale, povera e più arretrata, oggi la spaccatura geografica ha assunto nuove direttive. La faglia da considerare adesso è quella che contrappone un Nord sempre più sulle ginocchia a un Sud ormai pronto a spiccare il volo verso un’economia smart e ultra tecnologica.

I dati del governo relativi al 2020 parlano chiaro: tra le città settentrionali situate a nord del fiume Yangtze, soltanto Pechino si è salvata dal relativo declino che ha invece travolto tutti gli altri centri urbani. Il motivo di una simile polarizzazione è da ricercare in prima battuta nella pandemia di Covid-19. L’emergenza sanitaria ha contribuito ad ampliare a dismisura l’apertura della forbice Nord-Sud, facendo risaltare l’innovazione meridionale e al contempo danneggiando il vecchio business plan settentrionale. Dopo di che ha influito – e non poco –la scelta del governo di spostare il centro di gravità economico del Paese nella Cina Meridionale. È qui, tra Hong Kong, Shenzhen e Zhuhai, che nelle intenzioni delle autorità dovrebbe sorgere la Greater Bay Area, cioè una sorta di Silicon Valley “con caratteristiche cinesi”.

Un nuovo divario da colmare

Pechino, ha sottolineato il South China Morning Post, è l’unica città settentrionale della Cina la cui economia può essere considerata ”brillante”. La capitale è anche l’unica a trovare spazio nella lista delle prime dieci città cinesi in termini di dimensioni economiche. E se anche Tianjin, una delle quattro municipalità controllate direttamente dal governo centrale, è uscita dalla top ten per la prima volta nella storia, significa che il divario Nord-Sud ha già raggiunto un livello considerevole.

In vista del futuro, la Cina seguirà quanto deciso per il piano quinquennale relativo al periodo compreso tra il 2021-2025. Sulla carta stiamo parlando di uno “sviluppo regionale coordinato”, ma in realtà investitori privati, banche e talenti si stanno concentrando per lo più a ridosso del Delta del fiume delle Perle e nel Delta del fiume Yangtze, entrambi a Sud. Una tendenza del genere, oltre a creare un potenziale problema, tanto per la tenuta economica quanto per quella sociale, spinge la Cina a fare i conti con un secondo squilibrio dopo quello tra l’Est e l’Ovest.

Perfino Wang Yiming, ex vicedirettore del Centro di ricerca sullo sviluppo del Consiglio di Stato, ha spiegato che la disparità economica tra Nord e Sud stava diventando troppo grande per essere ignorata. Non solo: quello squilibrio stava superando il divario Est-Ovest come principale squilibrio regionale. “È probabile che il divario regionale aumenti ulteriormente nei prossimi cinque anni”, ha aggiunto lo stesso signor Wang in occasione di un forum presso la Renmin University of China.

La Rust Belt cinese scricchiola

Il rischio più grande è che il divario Nord-Sud, se non corretto in tempo, possa diventare nel giro di pochi anni il principale ostacolo allo sviluppo economico cinese. Il progressivo declino settentrionale potrebbe infatti avere impatti di vasta portata sulle strategie nazionali, tra cui la Belt and Road Initiative, che pure attraversa la regione, e il nuovo piano di “doppia circolazione” che punta a sviluppare il mercato interno per la crescita futura. C’è addirittura chi, come Wu Xiaohua, vicepresidente della China Academy of Macroeconomic Research, si è spinto a dire che l’intera economia del Nord sta “affondando”. Ma che cosa è successo alla cosiddetta Rust Belt cinese?

Innanzitutto con questa definizione ci riferiamo principalmente alle tre provincie del nordest (o Dongbei, come lo chiamano i cinesi): Lianoning, Jilin ed Heilongjiang. Stiamo parlando di un territorio che misura oltre 800mila chilometri quadrati e che ospita una popolazione di quasi 110 milioni di abitanti. Numeri importanti che tuttavia stonano se raffrontati ai risultati economici. In quest’area il Pil pro capite si attesta intorno ai 3.700 dollari ed è uno dei più bassi di tutta la nazione. Le esportazioni che partono da qui sono in caduta libera. E lo sono ormai da decenni, da quando il Dongbei, in seguito alle graduali riforme di mercato, ha smesso di essere il bastione dell’industria pesante di proprietà statale, fiore all’occhiello di Pechino ai tempi di Mao Zedong.

Lo Stato ha dovuto chiudere le fabbriche più inefficienti, favorendo le più brillanti realtà tecnologiche sorte nella parte meridionale della Cina. Dagli anni ’80 a oggi, decine di milioni di operai hanno perso il lavoro. Tutt’ora il governo centrale deve puntellare un’economia allo sbando. Ma le sovvenzioni statali, in calo, e l’enorme debito accumulato dalle amministrazioni locali, che un anno fa superava i 2 miliardi di yuan, non fanno altro che ingigantire il problema. Una possibile soluzione per ridurre il divario esiste. Alcuni analisti hanno proposto, per ora soltanto in linea teorica, di sviluppare una zona economica lungo il Grande Canale che collega Pechino ad Hangzhou. Qualunque sarà la soluzione, sostengono gli esperti, il governo deve agire prima che sia troppo tardi.

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