Negli scorsi giorni l’ex presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni, ora commissario europeo agli Affari Economici, aveva sferzato la manovra economica del governo giallorosso evidenziandone i limiti e la mancanza di coperture in diverse voci di spesa. Un invito, neanche troppo velato, a coprire queste spese attingendo ai programmi europei e accelerando sul Recovery Fund.

Perché una critica tanto dura? La risposta sembra averla data Repubblica, parlando di un documento redatto da un super-funzionario vicino all’ex premier, Marco Buti, oggi capo di gabinetto di Paolo Gentiloni e per anni direttore generale per gli Affari economici e Finanziaria della Commissione europea. Buti, assieme all’economista Marcello Messori, ha infatti messo allo scoperto le inadeguatezze del piano di ripresa italiano da presentare per sbloccare i finanziamenti del Recovery Fund, ne ha stigmatizzato i ritardi politici ed operativi e ha sottolineato che Roma, in quanto massima beneficiaria dei fondi di Next Generation Eu, con il suo Piano nazionale di ripresa e resilienza può determinare il fallimento o il successo dell’intero programma europeo.

Come rileva Repubblica, “già sette Paesi che hanno diritto ai finanziamenti hanno trasmesso alla Commissione i piani preliminari”. E l’Italia – osservano a Bruxelles – “rispetto agli altri grandi paesi – Francia, Spagna e Portogallo – è più indietro. Pur avendo ricevuto l’invito a presentare il pacchetto sin dalla metà di ottobre”.

Buti, navigato esperto del sottobosco burocratico e politico che orienta la governance europea, invita all’azione. Il suo invito vale quanto quello di un commissario europeo, anzi forse ancora di più. Buti assieme al capo della vigilanza bancaria europea Andrea Enria incarna, meglio di chiunque altro italiano, l’idealtipo del frequentatore assiduo del potere comunitario. Una figura che molto spesso parla tedesco, francese, olandese, ma che rare volte abbiamo identificato con nostri connazionali: parliamo del sostegno dell’infrastruttura organizzativa e del vertice del dinosauro burocratico della Commissione, certamente, ma anche di figure che sanno come e in che modo evolve il potere nel Vecchio Continente. E la sconfessione delle manovre politiche del governo giallorosso è una vera e propria pietra tombale sulle illusioni di chi, nell’esecutivo, pretendeva di aver ricostruito il prestigio italiano in Europa distrutto dal “barbaro” governo gialloverde.

Buti dà concretezza a quella che, secondo Dagospia, sarebbe stata la prima traccia di questa sconfessione, l’irritazione profonda di Ursula von der Leyen contro Giuseppe Conte per i ritardi italiani su Next Generation Eu, che Roma ha prima presentato come una vittoria e poi rifiutato di sviluppare. Nel suo documento chiede di rivedere con la Nota d’aggiornamento al Def, su cui si basano le prospettive economiche che fanno da cornice alla legge di bilancio, e in cui si dà per certo un pronto rimbalzo nel 2021; chiede poi l’istituzione di una “cabina politica di regia che sia accentrata e funga da contraltare rispetto alla cabina di regia della Commissione” e, al contempo, garantisca progetti strategici di lungo periodo senza disperdere i miliardi europei nei rivoli dei micro-finanziamenti. Repubblica rincara la dose ricordando che “la flemma con cui è stata depositata la Legge di Bilancio (il 19 novembre rappresenta il ritardo record nella storia dei governi repubblicani) e con cui vengono prese le decisioni nella squadra di Conte è plasticamente presente negli uffici comunitari”.

Negli ultimi mesi, più volte, abbiamo dato contezza di quanto oggi il superfunzionario Ue scrive. Avevamo presentato la Nadef come un libro dei sogniparlato dei ritardi del governo sul tema della presentazione delle proposte all’Europa, sottolineato l’incapacità italiani di stabilire una linea programmatica e indicato nel ministro degli Affari Europei Enzo Amendola l’unico esponente governativo conscio della gravità della situazione e della necessità di giocare in maniera strategica la partita. Il documento di Buti riassume organicamente tutte queste criticità.

Fermo restando il problema di fondo, che è di approccio: l’Italia sta vivendo NextGen come una regalia dovuta e non come una sfida politica di lungo termine in cui rientrerà anche il nodo – rischioso – di condizionalità di lungo periodo. Approccio sbagliatissimo e scarsamente lungimirante, a cui si aggiunge la superficialità programmatica dell’esecutivo. E anche un super-funzionario comunitario italiano ha comunque una visione ben più “politica” e a lungo termine di un esecutivo che fino ad ora ha navigato a vista. Perennemente incapace di capire che prima ancora di ottenere fonti di finanziamento contro la crisi l’obiettivo dovrebbe essere capire come spendere e progettare nel lungo periodo. Il governo giallorosso è ancora fermo al bonus vacanze e ai monopattini elettrici: la sua visione si ferma lì.