Quando il primo giorno di settembre il cambio euro-dollaro è arrivato al livello 1,20, gli analisti economici e finanziari hanno osservato con attenzione la possibilità di consolidamento di un cosiddetto “super-euro“. Questa espressione indica la soglia oltre cui l’apprezzamento della valuta unica comunitaria sul biglietto verde è guardata con un livello di attenzione e di scrutinio notevoli.

Il “super-euro”è stato, in questa fase, tale solo per pochi giorni prima di scegliere attorno al cambio attuale di 1,18 dollari per euro. Ma nel contesto di una crisi economica di portata globale un apprezzamento di quella che rimane la seconda valuta di riferimento degli scambi globali nei confronti della prima può creare effetti dirompenti.

A muovere le acque è stata, oltre Atlantico, la Federal Reserve di Jerome Powell. Il quale nelle scorse settimane ha annunciato che la banca centrale Usa uscirà dal dogma dell’inflation targeting, che mira a stabilizzare l’inflazione al 2%, e consentirà oscillazioni oltre tale valore. Si tratta di una realistica accettazione della realtà di fatto, che vedeva le banche centrali muoversi con obiettivi ben più ampi, ma anche di una discontinuità negli obiettivi di fondo dell’azione monetaria di ampia portata: una svolta “trumpiana”, potremmo dire, ricordando quanto a lungo il presidente statunitense abbia attaccato l’Europa (Germania in testa) accusando di sottovalutare eccessivamente la sua valuta e abbia insistito affinché all’Eccles Building si seguisse la linea interventista della Bce di Mario Draghi.

I miliardi a cascata immessi nell’economia negli ultimi anni non avevano scalfito questo dogma, nei confronti del quale tra gli operatori valeva il detto credo quia absurdum. Il contagio pandemico e le sue conseguenze economiche, invece, hanno richiamato le banche centrali alla realtà: e Powell, parlando apertamente, ha anticipato la Bce di Christine Lagarde mettendo in mano all’Europa il cerino della moneta sopravvalutata. Da cui le conseguenze più dirette che l’Europa rischia: calo delle esportazioni e spinta verso la deflazione. Manifattura, agricoltura, turismo sono alcuni dei settori in cui l’Europa rischia di perdere vantaggi competitivi nel mercato di oltre Atlantico. “L’euro forte avrà seri contraccolpi sull’economia reale: i settori italiani più vulnerabili sono l’alimentare, il tessile e l’abbigliamento. Se si pensa che negli ultimi anni è stato l’export a tenere a galla l’economia, si capisce la preoccupazione degli ambienti produttivi”, scrive Il Fatto Quotidiano.

In un contesto ordinario, i vantaggi legati alla maggiore facilità di acquisizione di materie prime negli Usa e degli spazi aperti per acquisizioni e joint venture favorite dal cambio forte compenserebbero, almeno in parte, questi fattori di crisi. Ma questi non sono tempi ordinari, e secondo voci raccolte dal Financial Times nel board della Bce l’apprezzamento del dollaro potrebbe essere letta di fatto dal mercato come equivalente a una crescita del tasso di interesse.

La Bce, spiega il quotidiano della City di Londra, “potrebbe abbattere il suo obiettivo di inflazione dall’1,3% all’1,1%/1,2% in prospettiva 2022” e questo rifletterebbe gli effetti deflativi legati all’alto cambio e alle sue conseguenze concrete. Agosto ha portato con sé il primo mese di deflazione in quattro anni: le anemiche condizioni dell’economia fiaccata da una crisi che per la maggior parte dei big del Vecchio Continente ha prodotto recessioni in doppia cifra dovrebbero giustificare manovre e investimenti volti a rilanciare pesantemente la spesa e l’inflazione, con messaggi “morali” simili a quelli della Fed. Il super-euro spiazza l’Europa, ma sul lungo periodo, se i capitali non affluiranno oltre Atlantico, può mettere all’angolo anche Washington rendendo più complessi gli scambi sull’asse tra le due maggiori sfere economiche mondiali. Manovre monetarie unilaterali non sono funzionali a risollevare le economie più colpite dalla crisi. Ma al contempo quanto dichiarato dalla Fed è realtà: le banche centrali devono superare definitivamente il paradigma del target di inflazione e aumentare l’esposizione a sostegno dell’economia reale. Lanciando un messaggio di coordinamento e stimolo alla politica fiscale.