Recentemente, su queste colonne, abbiamo commentato con attenzione le parole del governatore della Banca centrale olandese Klaas Knot, 53 anni e una consolidata esperienza nel mondo finanziario europeo, a una lectio magistralis in cui Knot ha messo in campo una potenza di fuoco notevole per criticare le linee di tendenza che l’Unione europea e, su certi punti di vista, anche il governo di Mark Rutte avevano deciso di imboccare nelle ultime settimane.

Knot non nasconde una serie di importanti critiche alla gestione politica dell’euro e alle asimmetrie che esso avrebbe creato nell’ultimo ventennio tra le economie europee. Non manca di considerare, con elevata onestà intellettuale, come l’Olanda sia da annoverare tra i vincitori dell’integrazione monetaria europea, mentre l’Italia e i Paesi mediterranei sono senz’altro da indicare tra i maggiori perdenti, a causa delle asimmetrie dovute al tasso di cambio, alle nuove logiche commerciali e al vincolo dell’armonizzazione delle regole comunitarie. Ma al tempo stesso Knot resta un olandese, e da finanziere olandese plasma la sua forma mentis.

Alcuni passi del suo intervento appaiono perciò fortemente in polemica con il mainstream europeo in materia di politica monetaria, che fa riferimento al vero e proprio dominus in materia, Mario Draghi. Knot, come rileva Italia Oggi, critica l’idea di proseguire col complesso di politiche monetarie espansive (quantitative easing) e sul procedimento di mutualizzazione del debito. “Possiamo anche scegliere di non lavorare per un’Europa più integrata e con più rischi condivisi. Ma questo comporta un prezzo da pagare: più diseguaglianza tra i Paesi europei, più crisi dei debiti, più interventi di emergenza, minore prosperità” portano Knot a riflettere sul fatto che misure del genere potrebbero avere l’effetto di “rendere l’euro insostenibile”.

Un’opinione diametralmente opposta a quel “whatever it takes” con cui nel 2012 Draghi spiazzò la speculazione in Europa e batté il primo colpo contro l’ideologia rigorista e austeritaria guidata dalla Germania di Angela MerkelMa sul fatto che il Qe sia diventato, in un certo senso, un fine in sé e non una politica anti-crisi e che l’eccessiva accumulazione di debito, soprattutto privato, connesso all’utilizzo borsistico del diluvio di liquidità creato dall’Eurotower possa essere destabilizzante Knot non ha torto. Meno coerente appare il fatto che Knot bacchetti l’Olanda e l’Ue per le asimmetrie e poi rifiuti l’idea di un debito mutualizzato, di cui il Recovery Fund non contiene che un vago e pallido accenno vincolato alle condizionalità, ritenendo prioritarie per le principali nazioni europee politiche tradizionali: “Nei paesi del Nord Europa servono riforme per alzare i salari e aumentare la domanda interna. Nei paesi del Sud servono quelle per aumentare la competitività e ridurre i debiti pubblici, che devono essere riportati al 60% del Pil”.

Risulta in ogni caso interessante constatare come la maggiore sfiducia sul futuro dell’Europa sia nelle autorità finanziarie dei Paesi “falchi”, che da un lato constatano come, effettivamente, la risposta alla crisi dei debiti dello scorso decennio sia stata incompleta e, dall’altro, si rendono conto che l’austerità e il rigore rischiano di spaccare l’Unione piegata dalla crisi del Covid-19. Meglio, dunque, incentivare maggiore solidarietà: ma alla prova dei fatti, un olandese resta sempre un olandese e anche per Knot, che ha ben chiaro i rischi che la fine dell’euro comporterebbe per l’Olanda che da esso ha profumatamente guadagnato, ci sono linee rosse insuperabili su debito e riforme strutturali. Knot, chiaramente, concede molto sul tasso di cambio e sul superamento del rigore fine a sè stesso, ma sarebbe difficile chiedere al banchiere “falco” per eccellenza assieme al tedesco Jens Weidmann ulteriori concessioni.

Il tempismo della discesa in campo di Knot è interessante. Esso avviene a poche settimane dal ritorno in pubblico di Draghi al Meeting di Comunione e liberazione. “L’agenda di Knot, su questo punto, è molto diversa da quella a cui ha fatto un breve accenno Mario Draghi nel recente discorso di Rimini, quando ha fatto balenare l’ipotesi di un ministero unico del Tesoro in Europa, munito di un’unica politica fiscale, come sviluppo del Recovery Fund“, fa notare Italia Oggi. Divergendo dalla linea Draghi, “Knot concede che in Olanda si possano aumentare le imposte sulle società, per le quali vigono tasse da paradiso fiscale, e ridurre quelle sui lavoratori, che sono molto più elevate”, ma non va oltre. Notiamo come il confronto politico sui contenuti avvenga, nella maniera più serrata, tra i banchieri centrali, a testimonianza dalla centralità assunta dalle istituzioni di politica monetaria nell’Europa odierna. E già questo è sintomatico: il “siluro” olandese a Draghi è sicuramente più mirato del trinceramento del governo Rutte sulla linea del rigore.

Le autorità decisionali maggiori, in Europa, sono le banche centrali: e la polemica tra i nuovi e gli ex protagonisti delle attività dell’Eurotower sono destinate a influenzare la linea di Christine Lagarde e i futuri piani di acquisto titoli che porrà in essere. Ora più che mai, si sente in Europa la mancanza di una seria politica fiscale da parte dei principali governi capace di programmare sul lungo termine strategie e visioni: e questo vale soprattutto per l’Italia. A meno che si ritenga normale credere che debba essere un banchiere olandese a ricordare come Roma abbia di che lamentarsi degli effetti della gestione dei primi vent’anni di euro sulla sua economia.

 

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