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Se negli ultimi due anni avete letto qualcosa sulle Filippine, probabilmente è stato in relazione a tre temi principali: le crescenti tensioni con la Cina; gli scontri verbali, gli incidenti e le provocazioni tra Manila e Pechino nelle contese acque del Mar Cinese Meridionale; e il rafforzamento della presenza militare statunitense sul territorio filippino. Aggiungiamo le recenti vicende legate all’ex presidente Rodrigo Duterte, arrestato su mandato della Corte Penale Internazionale (Cpi) per crimini contro l’umanità commessi durante la feroce “guerra alla droga” del suo mandato, e qualche sporadico reportage sul ritorno degli estremisti islamici a Mindanao, e rimarrà poco altro.

Eppure, ci sarebbe molto altro da raccontare sulle Filippine, un attore chiave dell’Asean incastonato nella regione economicamente più dinamica del pianeta. Basterebbe dare un’occhiata all’economia per accorgersi che a Manila le cose stanno lentamente cambiando. Secondo le previsioni dell’Asian Development Bank (Adb), il prodotto interno lordo filippino crescerà del 6% nel 2025 e del 6,1% nel 2026, in accelerazione rispetto al 5,6% del 2024.

Non solo: le Filippine hanno chiuso il 2023 come l’economia in più rapida crescita del Sud-est asiatico, con un aumento del pil del 5,6%, appena al di sotto dell’obiettivo governativo fissato tra il 6,0% e il 7,0%. E non è finita qui: la guerra dei dazi innescata da Donald Trump potrebbe, paradossalmente, contribuire a far crescere ancora il Paese…

Uno spaccato di Manila, capitale delle Filippine

I dazi: un’opportunità per le Filippine?

I dazi statunitensi – inizialmente annunciati e poi congelati (ad eccezione della Cina) – avevano spaventato molte economie asiatiche basate sull’industria manifatturiera. Le tariffe rischiavano – e potrebbero ancora tecnicamente farlo – di trasformare Paesi un tempo attrattivi per la produzione di automobili, borse, scarpe e gadget occidentali in luoghi sempre meno appetibili per gli investitori. Il discorso riguardava tanto la Cina, nemico numero uno di Washington, quanto il Vietnam, la Thailandia, la Cambogia, l’Indonesia e la Malesia.

Anche le Filippine, in un primo momento, erano state colpite dai dazi Usa. Tuttavia, la loro minore dipendenza dall’industria manifatturiera – a vantaggio di settori come i servizi e l’agricoltura – aveva fin da subito reso Manila meno vulnerabile alla stretta commerciale americana. Le merci filippine, non a caso, erano state tassate “solo” al 17%: circa la metà rispetto a quelle provenienti dalla Thailandia e quasi un terzo in meno rispetto al Made in Vietnam.

Come ha osservato il New York Times, quello filippino potrebbe essere l’unico governo al mondo ad aver definito i dazi di Trump come “una buona notizia”. Una fonte interna al governo, subito dopo l’annuncio delle tariffe, aveva del resto dichiarato che l’impatto delle tariffe sull’economia nazionale sarebbe stato “davvero minimo”, ipotizzando che le Filippine avrebbero potuto persino “attrarre investitori da Paesi soggetti a dazi più elevati”.

Il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr

Economia in crescita

Al momento Trump ha sospeso i dazi ma l’incertezza resta. Le Filippine, tuttavia, appaiono fiduciose: nella peggiore delle ipotesi, Manila conta di poter assorbire una parte consistente delle aziende manifatturiere che cercheranno, sempre in Asia, un ambiente più conveniente e al riparo dalle tariffe statunitensi. Sarebbe una svolta inaspettata per un Paese che, storicamente, non ha mai puntato davvero sulla manifattura – il settore che ha invece trainato lo sviluppo di molte economie asiatiche negli ultimi cinquant’anni.

Certo, aprire una fabbrica nelle Filippine rimane sempre più complicato che farlo in Thailandia, e materie prime come gomma e acciaio, a queste latitudini, sono più difficili da reperire e più costose che non in Cina. Manila può però contare su una forza lavoro giovane, numerosa e a basso costo: assumere un lavoratore costa mediamente 274 dollari al mese, contro gli 820 dollari della Cina.

In questo contesto, l’Asian Development Outlook prevede che una forte domanda interna, investimenti sostenuti nei servizi sociali e nelle infrastrutture, e un’inflazione contenuta, sosterranno la crescita economica delle Filippine nei prossimi anni. Manila, che ha finora costruito la propria espansione su commercio, investimenti pubblici in infrastrutture e boom dei servizi digitali e finanziari, potrebbe ora cominciare a volare grazie proprio alla manifattura – in un processo inverso rispetto alla traiettoria di altri Paesi asiatici.

Benedetta geopoliticamente dagli Stati Uniti – almeno fino a quando ce ne sarà bisogno – e con il vento in poppa, l’economia di Manila ruggisce. All’orizzonte potrebbe presto materializzarsi una nuova Tigre asiatica.

Lavoratori in un mercato di Manila

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