Lo strappo leghista sul governo Conte non modifica, e anzi complica, il sentiero stretto che porta alla realizzazione della manovra finanziaria, finita immediatamente sub judice di fronte all’incognita rappresentata dal possibile ritorno alle urne dell’Italia e da una possibile alternanza a Palazzo Chigi.

Allo stato attuale delle cose, infatti, il governo Conte in via era intento nel percorso di definizione dei contenuti e dei limiti della prossima legge di stabilità, a partire dagli obiettivi stabiliti nel Documento di economia e finanza (Def) del giugno scorso. I prossimi passaggi obbligati che Palazzo Chigi, indipendentemente da chi sarà il suo inquilino, dovrà affrontare coincideranno con lo svolgimento di un’eventuale campagna elettorale e con la fase post-elettorale di negoziazione istituzionale. Elezioni o non elezioni, infatti, il governo deve presentare entro il 27 settembre la nota di aggiornamento del Def (Nadef), proiezione dei suoi piani per il triennio successivo contenente le linee guida per il programma di bilancio dell’esercizio successivo. Il 20 ottobre è invece il termine ultimo per la presentazione al Parlamento della Legge di Bilancio propriamente detta, che deve essere approvata entro il 31 dicembre per evitare che il Paese scivoli nell’esercizio provvisorio.

Il voto in ottobre (attualmente la data più papabile pare essere il 27) per la prima volta dal 1919 ad oggi verrebbe a far coincidere degli appuntamenti economici cruciali con un riassetto istituzionale di ampia portata. Le probabilità che la manovra non venga approvata da parte di un governo nel pieno delle sue funzioni entro il 31 dicembre è elevata, e negli ambienti romani si comincia a valutare l’ipotesi che proprio la manovra finanziaria rappresenterebbe il principale freno al via libera di Sergio Mattarella alle seconde elezioni in un anno e mezzo.

Esercizio provvisorio e aumento Iva: un cocktail letale

L’esercizio provvisorio, di per sé, non rappresenterebbe una sciagura: normato dall’Articolo 81 della Costituzione, lo stesso che, modificato dal governo Monti, ora prevede l’incresciosa disciplina dell’obbligo di pareggio di bilancio, esso deve essere deliberato da una procedura apposita dal Parlamento che fissa uno stanziamento per l’anno successivo per le attività governative, autorizzando lo Stato a attingere per al massimo un dodicesimo del complesso ogni mese per un massimo di quattro mesi, la massima durata consentita dell’esercizio provvisorio.

Come scrive Linkiesta, “i governi italiani non sono riusciti a fare una manovra finanziaria entro la fine dell’anno per 33 volte, 20 consecutive dal 1948 al 1968”. Che differenza ci sarebbe, dunque, quest’anno? Il nodo cruciale è da ricercarsi nell’aumento delle aliquote Iva previsto dalla manovra dello scorso anno nel caso in cui il governo non riuscisse a trovare 23 miliardi con cui sterilizzare le “clausole di salvaguardia” inserite nell’ultima trattativa con Bruxelles. Se così non fosse, l’Italia sperimenterebbe l’aumento automatico dell’Iva ordinaria dal 22% al 25% e quella agevolata dal 10 al 13%, una vera e propria mazzata per i già asfittici consumi dei cittadini.

Quali prospettive?

La crisi riduce nuovamente la possibilità per Roma di ambire a un commissariato di peso, specie se come aveva affermato Giuseppe Conte dopo la sua mediazione a passare nelle mani di Roma sarebbe stato quello alla Concorrenza da cui la danese Vestager ha più volte vessato il nostro sistema bancario negli ultimi anni, e amplifica la presa in Italia del “pilota automatico” comunitario, dato che, specie in caso di cambio di governo con “esecutivo di scopo”, bisognerebbe aspettarsi una manovra al ribasso, concentrata unicamente sul taglio alle spese.

Il fervore con cui Ursula von der Leyen promette di vigilare i conti italiani è la peggior premessa che ci si potesse aspettare della nuova era europea, e rimanendo senza un governo nel pieno delle sue funzioni in mesi caldi l’Italia pagherebbe dazio di fronte all’asse franco-tedesco. “Se l’Italia obbedisce all’Unione europea dovrà piegarsi a una manovra pesantemente prociclica in una fase internazionale che fa paura come dimostrano, per esempio, i dati di ieri sull’economia francese. Il risultato per l’Italia sarà, come nel 2008 e ancora di più nel 2011/2012, quello di trasformare una crisi “normale” in una recessione con esiti imprevedibili. Tre recessioni in dieci anni nella terza economia dell’area euro e nell’attuale Unione europea fanno molta, molta paura”, scrive Il Sussidiario. Una manovra elettorale ed esangue da un lato, lo spettro della mazzata dell’Iva dall’altro. Saranno mesi caldi.