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Per rendersi conto della crescita che negli ultimi decenni ha caratterizzato la Cina, basta prendere carta e penna e disegnare un grafico cartesiano. Sull’asse delle ascisse posizionate i singoli anni, dall’avvento della graduale politica di riforma e apertura del 1978 a oggi. Su quella delle ordinate piazzate invece i valori del pil raggiunti dal Paese in relazione a ciascun anno. Il risultato è una curva che, a partire dalla metà degli anni ’90, schizza verso l’alto, fin quasi a raggiungere – se non superare, a seconda degli indici di riferimento – i successi economici degli Stati Uniti.

Nel 2019, ultima rilevazione pre pandemia di Covid-19, il pil cinese ha raggiunto la soglia record di 99,1 trilioni di yuan, aumentando del 6,1% rispetto all’anno precedente. A proposito di Sars-CoV-2: neppure il coronavirus è riuscito a scalfire la marcia forzata di Pechino verso il 2035 (anno in cui i leader cinesi intendono portare i livelli di produzione pro capire del Paese su quelli medi delle economie sviluppate). Già, perché nel terzo trimestre del 2020 l’economia cinese ha segnato un pil in crescita annua del 4,9%, in aumento sul 3,2% dei tre mesi precedenti. L’Fmi indica nella Cina l’unico Paese in crescita nel 2020, con un confortante +1,9% secondo le stime di ottobre.

Il Sacro Graal cinese

Molti si chiedono quale sia il Sacro Graal della Cina. Come ha fatto il Dragone a uscire dal Terzo Mondo in così poco tempo ritagliandosi un posto, in prima fila, nel club delle nazioni più ricche? Per capirlo, dobbiamo analizzare il suo particolare sistema economico. Attenzione: prima di cadere in facili fraintendimenti è importante sottolineare come non sia possibile, in alcun modo, impiantare l’ossatura di base della struttura cinese in un altro Stato.

Detto altrimenti, il “modello cinese” non può essere replicato altrove al 100% proprio perché sviluppatosi attorno a dinamiche storico-politiche appartenenti solo e soltanto alla Cina. Certo, numerosi Paesi del sud-est asiatico hanno risentito dell’influsso proveniente dal potente vicino e, in parte, hanno provato a dare vita qualche esperimento in miniatura. Ma i vari emuli cinesi sono, appunto, soltanto piccole ombre al cospetto del gigantesco motore economico orchestrato dal Partito Comunista cinese.

La concentrazione dei “campioni nazionali”

Innanzitutto, come definire la struttura economica cinese? Le definizioni sono molteplici. C’è chi parla di “capitalismo di Stato” e chi, come Branko Milanovic, professore alla City University di New York, preferisce usare il termine “capitalismo politico”. Al contrario, mescolando sia l’aspetto politico che quello economico, Pechino definisce il proprio modus operandi “socialismo con caratteristiche cinesi”. Senza voler avere la pretesa di etichettare la macchina cinese, ci limitiamo a descrivere il suo funzionamento, ancora fin troppo sconosciuto agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. O meglio: proviamo a fare luce sui meccanismi adottati dai leader cinesi per accelerare lo sviluppo. Gli stessi meccanismi che hanno consentito alla Cina di risvegliarsi da un lunghissimo torpore.

Come ha ben illustrato Alessandro Aresu nel libro Le potenze del capitalismo politico: Stati Uniti e Cina, Xi Jinping ha spinto sulla concentrazione dei “campioni nazionali” della Cina. L’obiettivo della leadership cinese “è una forma di privatizzazione che concentra ulteriormente i grandi conglomerati (il cui numero è inferiore a cento, ma che nel progetto di Xi deve scendere a quaranta) che controllano circa il 40% degli asset industriali cinesi e operano in regime di monopolio o di competizione limitata”. Le aziende, in sostanza, vengono quotate ma lo Stato-Partito, attraverso i suoi strumenti sovrani, mantiene sempre una quota di controllo. Ebbene, Xi punta a governare questo processo.

Per farlo, il presidentissimo ha scelto di affidarsi a due figure: il consigliere economico Liu He e il presidente della SASAC (State-Owned Asset Supervision and Administration Commission) Xiao Yaqing. Quest’ultimo, in particolare, ha evidenziato l’importanza di raggorzare il ruolo del Pcc per rendere le aziende statali sempre più grandi e potenti. Una sintesi di quanto appena detto si ritrova nelle parole di Zhao Xijun, finance professor presso la Renmin University di Pechino: “La Cina si sta sviluppando su una strada dove nessun altro Paese si è finora avventurato: lasciare che il mercato accolga le risorse mentre la “mano invisibile” del controllo statale raccoglie i risultati migliori”.

Aziende private e di Stato

Abbiamo parlato dei campioni nazionali, ovvero delle aziende di Stato, le cosiddette Soe (State-owned enterprises). Le Soe sono amministrate direttamente dal governo, sia esso inteso come governo centrale o come governo delle varie amministrazioni locali. Per questa ragione è quindi lo stesso governo che decide le nome dei leader aziendali e le gestisce secondo le esigenze nazionali. La supervisione delle Soe avviene attraverso la Commissione per la supervisione e l’amministrazione delle attività statali (State-owned Assets Supervision and Administration Commission, Sasac). In virtù di quanto appena detto, le aziende statali sono tenute ad effettuare i loro investimenti, sia in patria che all’estero, seguendo gli obiettivi prefissati dalla politica attuata dal governo cinese.

I dirigenti sono selezionati in parte per meriti politici e in parte per capacità professionali. Le imprese controllate dal governo devono rispettare le politiche industriali decise dal governo, spesso esplicate nei piani quinquennali o in altri progetti da rendere operativi a medio-lungo termine. Sia chiaro, questo non significa che l’economia cinese si basi solo e soltanto sulle aziende statali. Al contrario, secondo l’All-China Federation of Industry and Commerce, oggi il settore privato cinese contribuisce per quasi due terzi alla crescita del paese e ai nove decimi dei nuovi posti di lavoro. Il punto è che i principali settori strategici dell’economia cinese sono controllati da Soe. Dunque, lo Stato ha l’ultima parola sulla pianificazione economica del Paese.

Il ruolo della SASAC

Arriviamo dunque al ruolo ricoperto dalla SASAC, una sorta di cervello che, all’interno dell’economia cinese, decide acquisizioni, fusioni e monitora ogni singolo passo di ciascuna azienda statale. La SASAC si presenta – parole testuali – come “un’istituzione gestita direttamente dal Consiglio di Stato (il governo centrale ndr)”, nonché “organizzazione a livello ministeriale” chiamata a svolgere le “responsabilità incaricate dal Comitato Centrale del Partito Comunista cinese”. Andando oltre il politichese, stiamo parlando di uno degli attori economici più potenti al mondo.

Già, perché, né più né meno, la SASAC controlla tutte le aziende di proprietà del governo cinese, stimola la loro competizione interna, anche all’interno degli stessi settori, e decide le regole della loro competizione. Da un certo punto di vista, quanto è accaduto in Giappone con il MITI (Ministry of International Trade and Industry, cioè il deus ex machina delle politiche industriali di Tokyo), è avvenuto, su scala nettamente maggiore, anche in Cina con la SASAC. In altre parole, Xi ha rilanciato l’economia pubblica rendendola un “pilastro dell’economia cinese”. Il suo pensiero è semplice: le imprese statali avranno un ruolo chiave nel futuro della “nuova Cina”.

In vista del suddetto futuro, Pechino scenderà in campo per tracciare il percorso da seguire per quello che riguarderà i settori strategici. Così, mentre la “mano visibile” – ovvero l’intervento del Partito – raccoglierà i risultati economici migliori, la “mano invisibile” – ovvero il mercato – contribuirà ad allocare le risorse e generare ricchezza diffusa. Ecco: il segreto della Cina, se così vogliamo definirlo, è quello di aver fatto coesistere questi due aspetti.