Il secolo d’oro dell’automobile spagnola, che surclassa l’Italia

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La Spagna è la potenza spesso dimenticata del settore europeo dell’industria dell’auto, di cui rappresenta il secondo produttore su scala continentale, dietro solo la Germania. Madrid è riuscita a tenere una posizione vantaggiosa in quella che era definita fino a pochi decenni fa l’industria per antonomasia continuando a ampliare sia la produzione di auto tradizionali che di veicoli elettrici.

La produzione automobilistica spagnola è cresciuta di circa il 20% dal periodo Covid in avanti, da poco meno di 2,1 milioni a 2,45 milioni di autovetture tra il 2020 e il 2023. Questi dati presentano un valore complessivo dell’output automobilistico in termini di numeri di veicoli che è, ad oggi, ancora inferiore al picco di 2,8-2,9 milioni di veicoli prodotti tra il 2016 e il 2019, ma la fase post-Covid ha segnato un netto cambiamento rendendo l’industria orientata a produrre a alto valore aggiunto.

Questo dato va però letto in parallelo con il fatto che la Spagna, rispetto a poco meno di un decennio fa, a seguito del rimbalzo post-Covid ha nettamente aumentato il valore aggiunto e l’output delle esportazioni, che rappresentano l’83% della destinazione della produzione industriale. Nel 2016 l’export automobilistico spagnolo, a fronte di oltre 2,8 milioni di veicoli prodotti, era a 49,5 miliardi di euro. Oggi, con 2,45, è a 57,451 miliardi.

Il settore automotive, comprensivo di indotto e settori ad esso legati, pesa per il 10% del Pil spagnolo ed è indubbio che al cambio dei governi Madrid sia stata capace di brillare rispetto a un Paese come l’Italia, che ha vissuto la “maledizione” della dipendenza da una sola casa, la Fiat, subendone le scelte di globalizzazione in Fca prima e Stellantis poi. Si può sottolineare, ad esempio, che nel 2023 Stellantis abbia prodotto circa il doppio di auto in Spagna, dove non possiede marchi proprietari, rispetto che in Italia, un milione contro le poco più di 500mila prodotte in Italia. Dalla Citroen C-4 alla Opel Corsa, passando per la Peugeot 208, molti modelli sono sfornati dagli impianti Stellantis di Vigo, in Galizia, e delle Figueruelas vicino Saragozza e Villaverde a Madrid.

I governi spagnoli sia popolari che socialisti hanno operato tenendo le redini della politica industriale, concedendo finanziamenti subordinati a investimenti e mantenuto la barra dritta sul timone diversificando le società di riferimento. A Vitoria, nei Paesi Baschi, ci sono impianti di produzione Mercedes; nella vicina Pamplona quelli della Volkswagen ad Almussafes, fanno il pari con il grande impianto di Martorell, in Catalogna, dove il gruppo nazionale Seat, controllato dalla casa di Wolfsburg, ha i suoi siti produttivi. E non finisce qui. Vicino Valencia, Ford ha il più grande impianto produttivo d’Europa a Almussafes. A Palencia, nella Castiglia e Leon e nell’antica capitale iberica Valladolid è insediata Renault, il cui terzo sito si trova a Siviglia, centro dell’Andalusia.

La Spagna con Pedro Sanchez al timone ha poi provato a cavalcare in anticipo la sfida dell’elettrico. E come ha ricordato Milano Finanza, Vigo e Saragozza saranno le basi di riferimento per la produzione delle piattaforme delle piccole auto elettriche di Stellantis, mentre il gruppo spagnolo di componentistica Cie ha ricevuto 36 milioni di euro dalla Banca europea degli investimenti per sviluppare tecnologie critiche in tal senso. Il governo ha messo sul piatto 837 milioni di euro per sostenere finanziamenti privati sul tema in ricerca e sviluppo, e la multinazionale cinese Chery si è accordata con la spagnola Ebro per portare l’assemblaggio di veicoli elettrici della Repubblica Popolare in Catalogna. Nel 2023 la sola produzione di veicoli elettrici e ibridi iberici era pari a oltre 480mila unità, quasi l’intera produzione italiana: una politica industriale autonoma da condizionamenti e capace di attrarre investimenti da più gruppi rompendo le rendite di posizione crea effetti virtuosi. E anche gruppi come Stellantis, che in Italia hanno difficoltà o scarso interesse a consolidare le linee produttive, lo capiscono. Il caso spagnolo insegna all’Italia che solo organizzando una politica industriale che stimoli capacità, concorrenza e innovazione guardando al valore nazionale del prodotto, e non al suo brand, può rilanciare un Paese nell’automotive. A Madrid lo si è capito. A Roma ancora no.