La geopolitica della corsa allo spazio
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Il via libera della Commissione alla direttiva europea (non vincolante) sul salario minimo ha aperto le porte alla discussione sulla possibilità di introdurre anche nel nostro Paese una misura di cui si discute molto nel mondo anglosassone e che è un cavallo di battaglia in Germania del Partito Socialdemocratico di Olaf Scholz, favorevole a un aumento da 9 a 12 euro all’ora del minimo garantito dai contratti di lavoro.

Il salario minimo danneggia la contrattazione?

In Italia Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle si sono dichiarati a favore di una proposta di legge in merito, mentre Lega e Forza Italia, tra le formazioni che sostengono il governo Draghi, hanno preso distanza. A livello sindacale la Cgil è decisamente favorevole, la Cisl contraria mentre Confindustria si è trincerata dietro un no comment che sa di aperta opposizione. Parlare di questi temi in un sistema economico e industriale complesso in forma pregiudizievole rischia di essere estremamente complicato. Ad oggi, la ricerca di politiche per un salario minimo nazionale, in Italia, può causare rischi non indifferenti.

Partiamo, per capirlo, da quanto dichiarato da un economista di spessore come Giulio Sapelli. Parlando con Il Giornale Sapelli ha constatato che il salario minimo rappresenta non un favore ai lavoratori ma una certificazione della debolezza dei corpi intermedi. Lo studioso figlio dell’utopia dell’Olivetti di Ivrea ha mostrato i suoi timori per la contrattazione collettiva ricordando come negli ultimi due decenni “la forza dei sindacati dei lavoratori, in tutto il mondo, è diminuita molto. Per sostenere la domanda interna, da parte di molti governi è prevalsa, quindi, quest’idea del salario minimo fissato per legge che è una misura economica che può funzionare solo temporaneamente. Se diventa indefinita, indebolisce troppo il pluralismo delle relazioni industriali che è l’essenza della poliarchia democratica”. In sostanza, nota Sapelli, un salario minimo livellato per legge spingerebbe ulteriormente al ribasso il potere contrattuale della rappresentanza dei lavoratori. E questo è un primo punto importante da sottolineare.

La giungla dei contratti collettivi

Quanto notato da Sapelli si salda con l’analisi della particolare configurazione del mercato del lavoro italiano. Un sistema in cui circa i quattro quinti dei lavoratori vivono in un sistema caratterizzato da contratti collettivi nazionali (Ccnl) di riferimento. I contratti collettivi nazionali di lavoro vigenti, registrati nell’Archivio nazionale dei contratti pubblici e privati del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, sono ben 919 nel solo settore privato. A questi vanno sommati 15 Ccnl della Pubblica Amministrazione e 48 del mondo dei lavoratori parasubordinati. Un totale di 982 contratti. 571 sono scaduti e 34 avevano, al 31 dicembre scorso, un’anzianità di oltre dieci anni dall’ultimo rinnovo. Il secondo punto di criticità è dunque la natura estremamente frammentata della negoziazione salariale e l’eccessiva polarizzazione tra settori diversi. Pensare di introdurre un salario minimo prima che questi contratti siano stati, in larga parte, ricondotti a una sostanziale modernizzazione, e dunque si sia esaurita la capacità d’azione della contrattazione riportando i Ccnl al passo coi tempi, è a dir poco utopico.

Salario minimo o salario massimo?

Il terzo tema da sottolineare è la tendenza alla compressione salariale che dieci anni di crisi hanno imposto all’economia italiana e che tra precarizzazione, flessibilità e stagnazione della domanda interna si sta costituendo come dato strutturale. La normalizzazione salariale potrebbe avere un senso pensando, al massimo, a quella fascia sicuramente non secondaria (20%) di lavoratori non coperti da Ccnl, ma il dato di fondo della corsa all’utilizzo di contratti atipici, flessibilità e misure di compressione del welfare garantito al lavoratore rischia di non essere intaccato. Il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, parlando all’assemblea di Confcommercio, ha dato il suo appoggio a una visione di questo tipo: “Dove esistono situazioni che devono essere sanate il salario minimo va bene ma attenzione a non introdurre distorsioni”.

Di un avviso simile un’affermata politologa di sinistra come Lidia Undiemi che sul Fatto Quotidiano ha espresso la sua visione: “mentre si cerca faticosamente di condurre la minoranza di lavoratori ai livelli della maggioranza, i mercati lavorano assiduamente affinché la maggioranza arrivi ai livelli della minoranza, tale per cui il rischio è che il salario minimo, legale o collettivo che sia, diverrà l’unica fonte retributiva. Da salario minimo a salario massimo, insomma”, nota Undiemi, che ha ammonito la sua parte politica sui rischi insiti in questo meccanismo: “se la delega al legislatore di fissare i salari diviene sempre più ampia si corre il rischio, piuttosto concreto, che la politica possa all’occorrenza determinare un calo generalizzato delle retribuzioni in nome dell’interesse, ormai considerato superiore, delle imprese a essere sempre più competitiva”. Del resto, la direttiva europea si pone in un’ottica essenzialmente pro-mercato e sembra immaginare uno scenario in cui il salario minimo è alternativo alla stessa contrattazione collettiva, come ha anche dichiarato a L’Adige il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, non un oppositore del salario minimo.

Il lavoro, un bene di lusso

Dunque: il salario minimo in Italia appare una misura decisamente complessa da mettere in pratica per la sua natura di depressore della contrattazione collettiva, per la frammentazione dei Ccnl e per la corsa che può indurre a una corsa al ribasso di tutti gli elementi retributivi eccedenti il salario stesso. Tutto questo si salda con dei dati strutturali ulteriormente complicati che hanno a che fare con il mercato del lavoro e il welfare nel loro complesso.

Innanzitutto, c’è da prendere in considerazione un’architettura giuslavoristica che unisce aree di iper-tutela nei contratti di lavoro a aree più scoperte e rese flessibili da contratti atipici e irregolari e sacche residuali lasciate alla tutela di misure flessibili che tentano di unire welfare e reinserimento al lavoro, come il reddito di cittadinanza. Il salario minimo come impatterebbe sulla diffusione di forme più o meno atipiche di contratti di lavoro? Come, invece, sulle assunzioni a tempo indeterminato? A tali domande non c’è risposta.

In secondo luogo, questione contigua alla precedente, il salario minimo rischia di non promuovere alcun beneficio se non accompagnato a un reale taglio del cuneo fiscale in un contesto che vede ad oggi il lavoro colpito da un’imposizione paragonabile a quella di un bene di lusso. Tagliare le tasse sul lavoro è una priorità rivendicata da ogni forza politica ma attuare questa misura è di fatto una questione di risorse, di proporzioni e di scelte politiche. Confindustria si è esposta a favore di un taglio da 16 miliardi, a beneficio delle imprese, mentre Fratelli d’Italia dall’opposizione chiede di finanziarlo con il totale taglio al reddito di cittadinanza difeso invece dal Movimento Cinque Stelle. “A fronte di 300 miliardi di salari lordi corrisposti in media ogni anno nel settore privato, lo Stato incassa circa 100 miliardi di contributi previdenziali e 80 miliardi di Irpef per un totale di 180 miliardi di euro a carico dei datori di lavoro e dei lavoratori”, ha scritto di recente Il Sole 24 Ore, analizzando che in sostanza “il reale cuneo fiscale e contributivo nel settore privato è pari a 60%, ed è molto più alto del dato Ocse che si attesta nel 2021 al 46,5%”, dieci punti la media Ocse. Tutto questo in un contesto che vede il salario medio dei lavoratori italiani stagnare da trent’anni. La prima misura per liberare risorse ai lavoratori è intervenire su questa gravosa tassa.

In sostanza, quello che serve è una nuova concordia tra politica, mondo produttivo e lavoro. La crescita del sistema-Paese passa per gli alti salari, la domanda interna, la tutela del valore del lavoro e della produzione delle imprese, in ultima istanza per una rinnovata pace sociale. Un lavoro più dignitoso, garantito da maggiori garanzie, meglio retribuito e meno oneroso per chi lo garantisce e investe nella creazione di valore, innovazione, sviluppo è un lavoro fattualmente in grado di contribuire al rilancio dell’economia nazionale. Un lavoro in grado di dare vero sostegno al primo, spesso mal interpretato, articolo della Costituzione. Di fronte a problemi tanto strutturali lo stesso tema del salario minimo acquisisce una rilevanza secondaria. Apparendo come una questione di bandiera e non risolutiva. Anzi in grado di far esplodere contraddizioni e problemi sopiti da tempo sotto le braci del nostro sistema produttivo.

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