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Non si può discutere con il Tatmadaw, l’esercito del Myanmar: o si fa come dicono loro, o niente da fare. E i cinesi, a partire dalla metà del XX secolo, pare l’abbiano capito.

L’approccio di Pechino a quel labirinto che è il Myanmar è condizionato da quattro variabili: gas naturale, acqua, traffico di droga, ed i problematici scontri tra il Tatmadaw ed un eterogeneo tessuto di oltre 135 minoranze etniche.

Infatti, i vari gruppi etnici del Myanmar non solo dispongono ciascuno di una storia, cultura e lingua propria, ma controllano vasti territori, intere industrie e anche vere e proprie milizie. Due terzi della popolazione birmana sono Bamar, conosciuti come i “birmani delle Terre Basse”; e anche il Tatmadaw è composto in gran parte da Bamar, trovandosi in perenne conflitto con quel grande mosaico di etnie.

Le minoranze etniche del Myanmar vivono perlopiù sulle colline e lungo i confini delle permeabili giungle birmane. Il Myanmar è diviso in sette stati, che hanno preso il nome dai principali gruppi etnici: Kachin, Chin, Karenni, Karen, Mon, Shan e Rakhine. Le alleanze tendono ad essere piuttosto fragili, ma i cinesi si sono dimostrati storicamente inclini a supportarle nella loro battaglia contro il Tatmadaw.

Il traffico di droghe in Myanmar è una matrioska di fatto impenetrabile, poiché la maggior parte di questi gruppi sono collegati a partner in Cina, Tailandia e Laos attraverso il Triangolo d’Oro e sono per giunta in competizione l’uno con l’altro.

Nel corso del tempo, gli Shan hanno utilizzato enormi profitti derivanti dal commercio di droghe per acquistare una varietà di armi da combattimento. Esistono vari gruppi Shan in competizione; tra questi figurano l’esercito dell’appariscente Khun Sa (recentemente diventato notorio come “Il Re dell’Oppio del Myanmar”), gli ex cacciatori di teste della tribù Wa, ed una manciata di Kokang cinesi che compongono l’esercito dello Shan orientale.

Il business di oppio ed eroina e buona parte del traffico di ya ba (anfetamine) nel Triangolo d’Oro sono ora in larga parte sotto il controllo del temibile United Wa State Army: una milizia ultra hardcore di 20.000 unità, una delle più potenti del pianeta, con una collezione privata di missili terra-aria.

E questo ci porta alla Cina, poiché molti di questi potentati, da Khun Sa a Kyi Myint (ovvero Zhang Zhiming, un ex capo del Partito Comunista del Myanmar), hanno stretto importanti legami con le Triadi cinesi.

E cosa dovrebbe fare il governo centrale del Myanmar per tutto quello che accade nel Triangolo d’Oro? Non granché. Il Tatmadaw potrebbe stipulare un occasionale trattato di pace con questi attori non governativi, ma probabilmente non durerebbe a lungo.

Quello che invece ha fatto il Tatmadaw negli ultimi anni è stato un corso intensivo di business, prendendo appunti dalla Cina post-Mao ed evolvendosi da semplice esercito militare ad impero anche economico.

Il Myanmar era già in prima linea quando alcune sezioni dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese entrarono nel giro di affari. Per esempio, la provincia di Yunnan nella Cina meridionale era la base operativa di tre famiglie di punta delle Triadi nel traffico di eroina: il Myanmar venne collegato alle Triadi cinesi come braccio logistico del traffico di droga del Triangolo d’Oro, con la la Cina che costruì successivamente degli impianti ferroviari per collegare Yunnan al Myanmar.

Petrolio e gas sono i prossimi pezzi del puzzle. Quando la compagnia francese Total iniziò ad ampliare i ricavi iniziali di gas e petrolio da Rakhine (prima noto come stato di Arakan) i cinesi ebbero la lungimiranza di investire in un lungo oleo-gasdotto fino a Yunnan. A Pechino ciò che interessa davvero è proprio questo oleo-gasdotto, dal Golfo del Bengala alla Cina meridionale, con il Tatmadaw a capo della sicurezza.

E mentre la Cina investe anche in miniere di rame e dighe, il suo investimento più importante in Myanmar è probabilmente il nuovo porto in acque profonde nel Golfo del Bengala e la Zona Speciale di Libero Scambio di Kyaukphyu di cui può disporre. Il porto e l’oleo-gasdotto, interconnessi, rappresentano le fondamenta del vitale corridoio nel sudest asiatico per la Belt and Road Initiative (BRI).

E questo ci porta alla problematica questione RohingyaLa priorità assoluta della Cina è proteggere il nuovo porto e la Zona Speciale di Libero Scambio in costruzione nello stato di Rakhine.

Da ormai diverso tempo gli introiti del governo del Myanmar, ora controllati dal Tatmadaw, dipendono dalle operazioni on-shore ed off-shore a Rakhine e dai collegamenti ferroviari e stradali.

I cinesi dal canto loro sono in stretto contatto con l’Esercito Kachin e con il gruppo etnico Kokang. Se la situazione si dovesse inasprire, il piano è di impiegarli insieme all’Esercito dell’Arakan, attivo nella regione, per gestire il Tatmadaw in caso dovesse uscirsene con strane idee. Ciò che importa ai cinesi è soltanto il corridoio per la BRI, e il gruppo etnico di Rohingya si trova intrappolato nel mezzo di un pericoloso gioco di potere.

La matassa in Myanmar è resa ancora più intricata dalla questione idrica. La leadership di Pechino conosce molto bene il ruolo strategico del Myanmar per risolvere le criticità cinesi legate all’acqua. La Cina infatti, che ospita il 20% della popolazione globale, può disporre solo del 7% dell’acqua potabile in tutto il mondo. E l’80% dell’acqua cinese si trova nel sud del Paese, mentre oltre 700 milioni di cinesi e due terzi delle tenute agricole nazionali si trovano al nord.

La soluzione perseguita è stata quella di costruire 11 delle dighe idroelettriche più grandi al mondo sulle rive dei principali fiumi cinesi che scorrono verso i Paesi limitrofi. Una misura che ha sollevato drammatiche problematiche, specialmente nel caso del fiume Mekong, con tutte le regioni in Myanmar, Laos, Tailandia, Cambogia, e Vietnam al di sotto delle dighe che sono state estremamente debilitate. E la questione pare non finire qui: altre 11 dighe verranno infatti costruite sul Mekong meridionale in Laos e Cambogia.

Il rapporto tra Pechino e il Tatmadaw non è mai stato rose e fiori. Mentre la maggior parte dei generali del Tatmadaw guarda con ammirazione la forza economica della Cina, negli anni della NLD, al livello del Ministero degli Esteri, i cinesi venivano guardati con sospetto. L’immutabile posizione diplomatica di Pechino impone la non-interferenza nelle questioni domestiche dei propri partner; per questo la Cina si è astenuta dall’esprimersi in merito a se il golpe militare avvenuto quest’anno non fosse davvero un golpe, come sostiene il Tatmadaw.

La realtà dei fatti ha mostrato chiaramente come il Tatmadaw si sia arricchito nel corso degli anni, ovvero riscuotendo tasse e possedendo delle percentuali in affari cinesi portati a termine nelle regioni etniche. Al tempo stesso il Tatmadaw sa che i cinesi, seppur indirettamente, forniscono supporto militare a diverse milizie, e che i capi dei traffici di droga sono in grado di operare senza intralci attraverso il Triangolo d’Oro soltanto perché è la Cina a permetterlo.

Le relazioni tra Myanmar e Cina sono dunque indubbiamente precarie. Buona parte dell’influenza cinese in Myanmar è stata in qualche modo ridotta durante il governo NLD, ma la situazione si trova ora in un limbo. Ciononostante, Pechino non toglie mai gli occhi dal grande premio: i progetti del corridoio per la BRI non dovranno mai essere a rischio, e il Myanmar sarà sempre una componente indispensabile della Nuova via della Seta.