L’economia italiana si regge sulla forza produttiva, il capitale di competenze e la visione strategica dell’apparato a partecipazione pubblica. La rilevanza politica e istituzionale che, anno dopo anno, ha la stagione delle nomine per le società partecipate dal ministero del Tesoro o dagli apparati ad esso legati come Cassa Depositi e Prestiti, i cui vertici sono in scadenza in questa fase, lo testimonia.

Anche in vista del Recovery Fund la galassia delle partecipate è chiamata a giocare un ruolo di punta nella ricostruzione del sistema produttivo nazionale. Paragonabile a quello giocato dal suo erede, il sistema di economia mista imperniato sull’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri) che guidò la ricostruzione del secondo dopoguerra, negli Anni Cinquanta e Sessanta.

Le nomine rappresentano un passaggio fondamentale per ogni esecutivo da quando, a partire dai primi Anni Novanta, gradualmente le società controllate dal ministero delle Partecipazioni Statali furono trasformate in enti privati e grosse quote del loro azionariato trasferito a attori privati o in borsa.

L’attuale premier Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, i presidenti del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi e Giuliano Amato e l’ex governatore della Banca d’Italia e ministro dell’Economia Guido Carli avevano un’idea chiara di quali dovessero essere gli obiettivi del processo di privatizzazione delle imprese pubbliche:

  • Rompere un processo di consustanzialità tra politica e mondo dell’impresa strategica che era ritenuto dannoso per la redditività dei gruppi.
  • Fornire ai gruppi trasformati in società private le competenze e le capacità per conquistare nuovi mercati su scala globale.
  • Aumentare l’esposizione sul mercato dei capitali dei “campioni nazionali”.
  • Ridurre il peso dei partiti nella scelta degli amministratori.

Il primo obiettivo è stato raggiunto solo in parte, specie perché con gli Anni Novanta è ben presto terminata la fase di euforia da globalizzazione che ha a lungo messo in secondo piano le dinamiche legate all’interesse nazionale; il secondo in larga parte raggiunto per diversi gruppi (Eni ed Enel ad esempio, Finmeccanica dopo la costruzione del modello one company unendo gli attori nazionali della Difesa sotto Leonardo), meno per le società che subirono le più frettolose privatizzazioni durante i governi di centro-sinistra in carica dal 1996 al 2001, che trasformarono l’obiettivo di politica economica in una svendita confusa dettata dall’ansia di rientrare nei parametri di bilancio e debito europei. Fortemente disattesi, invece, il terzo e il quarto punto.

Draghi, da premier, sta dimostrando di aver bene appreso la lezione della scommessa persa negli Anni Novanta: è forse stato un bene il fatto che lo Stato sia rimasto azionista-chiave dei gruppi a partecipazione pubblica e non abbia mancato di farne un asset per lo sviluppo nazionale. Mentre sul fatto delle nomine, con le privatizzazioni come ha lucidamente notatoAlessandro Aresu su Pandora “l’importanza delle nomine delle società pubbliche e para-pubbliche nella vita del Paese non è diminuita. È aumentata. Anche perché le società controllate dal ministero dell’Economia e dalla Cassa Depositi e Prestiti dominano Piazza Affari, una borsa rimasta piccola rispetto alle omologhe europee per via dello scarso numero di grandi e medie imprese quotate. Ecco dunque il paradosso delle privatizzazioni: il sistema dei partiti non esiste più ma le nomine continuano ad esistere. Non solo: sono diventate molto più importanti”. E questo permette di apprezzare in forma ancora maggiore il peso della rivoluzione operata da Draghi, che ai partiti ha preferito mettere al centro lo Stato nelle sue ramificazioni. Chiudendo il cerchio aperto negli Anni Novanta e rilanciando il peso delle partecipate nel sistema Paese.

Le società a partecipazione pubblica assumono, in questo periodo di acutissima incertezza legata alla pandemia, il ruolo di solida barriera per il sistema-Paese: sono una fondamentale garanzia di occupazione, versano con regolarità dividendi per il ministero del Tesoro e rappresentano le maggiori punte di lancia dell’espansione degli interessi dell’Italia.

Negli ultimi anni, ad esempio, Eni è stata in grado di anticipare o sostenere la diplomazia italiana in teatri come Libia, Egitto, Medio Oriente; Snam è protagonista nella partita euromediterranea dei gasdotti; Enel si è internazionalizzata in settori strategici riguardanti la transizione energetica; Leonardo, assieme a Fincantieriè invece ponte per l’industria della Difesa italiana tra le cordate di matrice “atlantica” (Usa e Regno Unito), di cui è partner e importante membro della filiera e quelle afferenti al mondo della Difesa europea.

“Il settore pubblico (Stato, Regioni, Enti locali, ecc.) ha ancora una presenza rilevante nell’economia, con 6.130 imprese attive”, sottolinea StartMag. “Tuttavia, sono le 40 Società controllate dallo Stato ad occupare la gran parte di questo perimetro. Il centro studi CoMar ha sottolineato in un rapporto che “considerando le sole 32 Società industriali e di servizi (escluse, quindi, banche e assicurazioni), il fatturato totale supera i 241,4 miliardi di euro, gli utili sono oltre i 26,8 miliardi di euro, con 471.284 dipendenti; di queste, 12 sono quotate in Borsa (Enav, Enel, Eni, Fincantieri, Leonardo, Italgas, Poste Italiane, Rai Way, Saipem, Snam, STMicroelectronics, Terna), per una capitalizzazione che a fine febbraio 2021 era di 167,3 miliardi di euro, il 26,3% del valore complessivo” di Piazza Affari.

Strettamente collegata alla questione nomine è la discussione sulla tutela degli asset strategici dell’Italia: la decretazione sul golden power” nacque nello scorso decennio proprio a partire dall’esigenza di fornire ai campioni nazionali dei settori strategici lo scudo necessario a ovviare ai rischi di ingerenze finanziarie straniere e a minacce all’attività operatività.

Proiettata verso le sfide del futuro, l’impresa a partecipazione pubblica uscirà dalla fase delle nomine ulteriormente rinforzata e centrale negli assi produttivi dell’Italia che, con il Recovery e le prossime mosse economiche, cercherà di orientarsi sulla sfida dello sviluppo. Coordinando l’attività della politica economica con il ruolo di apripista strategico dei campioni nazionali.

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