Per capire cosa ha in mente di fare la Cina in Africa bisogna guardare all’Algeria. L’esperimento algerino rappresenta il nuovo modello di relazioni che Pechino intende instaurare con i Paesi africani. Basta con prestiti miliardari a fondo perduto, importazione di materie prime e influenza geopolitica a distanza. Il Dragone ha cambiato marcia. Adesso vuole un rapporto diplomatico ed economico stabile. O, meglio ancora, che duri nel tempo e non si riduca a una banale toccata e fuga. Una delle chiavi di questa nuova politica cinese è l’intenzione di stabilire una nutrita comunità sinica in quei Paesi con cui la Cina intende fare affari. Perché solo chi vive in un posto capisce i bisogni e le esigenze dei locali.

L’importanza geopolitica dell’Algeria

Come ha riportato Il Sole 24 Ore, il laboratorio per il nuovo volto cinese nel Continente Nero è l’Algeria. Qui si incontrano le esigenze di due governi in un legame win win. Gli algerini intendono trasformare il loro Paese con una rivoluzione infrastrutturale. Ciò significa investire fondi pubblici per la costruzione di strade e collegamenti, capaci a loro volta di rilanciare l’industria. La Cina è pronta a soddisfare le richieste di Algeri. Pechino ha tutti i mezzi per riuscirci: imprese statali pronte a operare con prezzi imbattibili, puntualità e qualità delle opere. Ecco perché l’Algeria, per alcuni fondamentali interventi, si è rivolta alla Cina e non a qualche Paese del Golfo o europeo.

Algeri si affida a Pechino

Una moschea, un aeroporto e una stazione. Tutte rigorosamente Made By China, fatte dalla Cina dietro lauto compenso. La moschea di Algeri è la terza al mondo per dimensioni, la più grande dell’Africa. Può contenere 35.000 fedeli e ospita al suo interno facoltà universitarie, scuole e due biblioteche. Prezzo: un miliardo di dollari. A tirar su un simile progetto un’impresa cinese. E sono sempre cinesi le imprese che hanno realizzato il nuovo aeroporto, che avrà una capacità di 10 milioni di passeggeri, e una stazione che collega metropolitana allo scalo della capitale.

Un rapporto win win

Il legame tra Cina e Algeria è di vecchia data. Il Dragone è stato il primo Paese a riconoscere il governo algerino e oggi è pronto a intensificare i rapporti. Pechino è presente nel settore energetico del paese, ma anche in quello infrastrutturale. Dal 2000 al 2014 i cinesi hanno costruito 13.000 chilometri di nuove strade e 3.000 ferrovie, in più a stadi, dighe, porti e raffinerie. Annichilita la concorrenza di aziende europee. Impossibile competere con la Cina, che conta in Algeria una comunità di oltre 42.000 persone. La prima comunità del Paese, più numerosa di quella francese e italiana. E, giusto per lanciare un altro dato, le esportazioni cinesi verso Algeri nel 2018 hanno superato gli 8 miliardi di dollari.

Il piano dell’Algeria e quello della Cina

Dopo essersi aggiudicati gli appalti, le imprese cinesi spesso e volentieri subappaltano alcuni lavori ad altre aziende. È successo per la sopra citata moschea, dove la China State Construction Engineering si è affidata a un’impresa italiana per la costruzione delle fondamenta. Il piano dell’Algeria è semplice. Stimolare il settore privato per attirare investimenti ed esportare prodotti e servizi. Come? Affidandosi alla Cina. Dall’altra parte Pechino ha un piano ben più ambizioso. C’è chi ha parlato di una nuova Via della Seta, una Nuova Via della Seta africana che avvicinerà Cina e Africa sub sahariana. Il punto di partenza di un simile progetto geopolitico sarebbe proprio l’Algeria. Da qui il Dragone controllerebbe il commercio nel Mediterraneo e arriverebbe alle risorse della Nigeria.

Le proteste algerine tengono in apprensione il Dragone

Ma in queste settimane la Cina ha guardato con apprensione alla situazione algerina. Le proteste nei confronti del Presidente Bouteflika hanno provocato un cambio di leadership. Bensalah è stato infatti nominato dal parlamento Presidente ad interim, fino a nuove elezioni. Eppure, nonostante il cambio di guardia, le proteste non si placano. Da Pechino non sono arrivate dichiarazioni ufficiali, tuttavia la preoccupazione è forte. Perché più le proteste continuano, più gli affari vanno a rotoli.

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