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La ragnatela della Cina continua a estendersi. La Nuova Via della Seta, il mastodontico progetto economico-commerciale varato da Xi Jinping nel 2013, procede a gonfie vele verso il traguardo prefissato: creare una rete infrastrutturale capace di collegare il Dragone al resto dell’Asia, all’Europa e all’Africa. Una delle caratteristiche della cosiddetta Belt and Road Initiative (Bri) è quella di non seguire alcun modello statico. Questo significa che il piano è dinamico, in continua evoluzione e pronto ad accogliere – anche in momenti differenti – il maggior numero possibile di Paesi.

Lo scorso 6 novembre, come sottolinea Il Fatto Quotidiano, la Turchia ha accolto il primo treno merci proveniente dalla Cina e diretto in Europa. L’evento è di fondamentale importanza perché Ankara, nell’ambito della Bri, rappresenta il perfetto punto d’incontro tra Oriente e Occidente. Pechino aveva bisogno di un trait d’union per connettere le rotte asiatiche agli sbocchi europei, e la Turchia è perfetta per ricoprire quel ruolo. Certo, qualche mese fa Recep Tayyip Erdogan aveva tuonato contro il trattamento riservato dal governo cinese agli uiguri, la minoranza turcofona e musulmana che vive nella regione autonoma dello Xinjiang. Tuttavia, di fronte all’eventualità di perdere le ingenti prospettive economiche di una partnership ricchissima, Ankara ha deciso di chiudere un occhio su un tema che potrebbe compromettere affari milionari.

Il ruolo chiave della Turchia

Il treno arrivato ad Ankara è partito da Xian, città situata nella Cina nord-occidentale, e ha attraversato il Kazakistan, il Mar Caspio e il Caucaso. Una volta giunto in Turchia, il mezzo è ripartito per Praga passando attraverso il tunnel ferroviario dello stretto del Bosforo. Va da sé che i treni che batteranno questa nuova tratta, pronta nel 2020 e lunga circa 11.500 chilometri, saranno carichi di merci di ogni tipo che in un secondo momento finiranno negli scaffali dei negozi del Vecchio Continente. Cem Kaniogullari, direttore generale della Srap, cioè l’azienda che gestisce la linea ferroviaria, ha spiegato a Mediapart che sono stati stipulati “dei contratti con le autorità cinesi per organizzare 300 treni il primo anno e mille il secondo”. L’obiettivo di Pechino, ha aggiunto il dirigente, è quello di “raggiungere i cinquemila treni nel 2023. Il nostro è gestire un quarto dei treni che partono dalla Cina”. Fino a questo momento il gigante asiatico ha investito in infrastrutture sparse in 70 Paesi differenti la bellezza di 800 miliardi di euro. Secondo alcune stime la Bri potrebbe arrivare a costare a Pechino una cifra compresa tra i 3200 e i 6500 miliardi di euro.

Via terrestre e Via marittima

“La Turchia è un punto di passaggio obbligato”, ha sottolineato Huang Songfeng, responsabile per il commercio del consolato cinese a Istanbul. In altre parole gli scambi commerciali tra l’Europa e la Cina passeranno per forza di cose dallo Stato turco. Per quanto riguarda la “via terrestre” della Nuova Via della Seta, la Cina ha intenzione di scommettere sulla Turchia per non dover dipendere troppo sulla Russia, un Paese alleato ma pur sempre un concorrente geopolitico. È per questo motivo che le aziende pubbliche cinesi, foraggiate dai rubinetti sempre aperti del governo centrale, hanno investito sulla linea ferroviaria Ankara-Istanbul la somma monstre di circa 650 milioni di euro. Sul fronte della via marittima, invece, i porti turchi sono autentici rivali del porto greco del Pireo, sul quale la Cina ha acquisito la quota di maggioranza. Unire gli scali dei due Paesi darebbe al Dragone un vantaggio non da poco per estendere la propria sfera di influenza nel Mar Mediterraneo. Ecco perché Pechino ha acquisito il 65% delle azioni del Kumport di Istanbul per 850 milioni di euro e mira con la bava alla bocca il porto di Candarli, sul Mar Egeo, quello di Mersin sul Mediterraneo orientale e quello di Zonguldak sul Mar Nero. Tassello dopo tassello, la Cina è sempre più vicina all’Europa. Questa volta nel vero senso della parola.





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