L’anno e mezzo di pandemia di Covid-19 è stato caratterizzato, inizialmente, da una forte divaricazione tra i risultati dell’economia reale negli Usa, in Europa e negli altri sistemi avanzati, colpiti da una crisi sistemica, e quelli dei mercati finanziari resi frizzanti e dinamici dall’intervento delle banche centrali a sostegno della liquidità e dalle condizioni strutturali create dalla pandemia. Smart working, distanziamento sociale, confinamenti, didattica a distanza sono diventati la norma in diversi Paesi e questo ha fatto la fortuna, in particolare, di un pugno di aziende fornitrici di servizi.

Dalle piattaforme di streaming alle aziende fornitrici di servizi di videoconferenza, dalla logistica alle aziende della consegna di cibo a domicilio, la nicchia in questione è decisamente eterogenea e costituita da nuovi campioni creati dalla pandemia (Zoom ad esempio) o conglomerati consolidati che in questa fase si sono espanse (Amazon su tutti). Nel contesto della prima fase del Covid, i risultati per queste aziende sono state in controtendenza sul fronte dei ricavi e dell’esposizione di mercato e trainanti sul piano borsistico e finanziario.

Separare la componente dinamica e legata all’effettiva potenzialità di mercato di un’azienda dalle dinamiche strutturali legate al contesto macroeconomico quando si ha di fronte una possibile bolla finanziaria è difficile: Zoom, Deliveroo e le aziende simili sono decollate e cresciute proprio perché questi due vettori hanno nel loro caso tirato nella stessa direzione. La risultante è stata la formidabile accelerazione del Nasdaq, del S&P500 e della roulette di Wall Street, intenta a macinare record su record mentre i morti si contavano nel mondo a centinaia di migliaia a causa della pandemia e a superare vere e proprie fasi di turbolenza come quella legata a GameStop.

Ma cosa succederà quando si potrà parlare di un ritorno alla vita pre-Covid e di una nuova normalità? Che ne sarà dei risultati macinati in questa fase? Come si adatteranno aziende decollate nella fase più dura dell’emergenza e ora intente a consolidarsi?

Il rischio è che esse possano, di fatto, ridimensionarsi o trovarsi di fronte a problemi operativi in grado di condizionarne la tenuta e che questo crei scossoni finanziari imprevedibili. Oppure che la concentrazione dei servizi riguardi poche aziende, vincitrici tra le vincitrici, ristrutturando alcuni settori.

Il caso Zoom

Zoom è l’azienda paradigmatica. Ha prosperato sulla necessità che milioni di persone in tutto il mondo, pressoché in contemporanea, hanno sviluppato di avere a disposizione un servizio di videoconferenze ad alta qualità, resistente e in grado di reggere sia sul fronte della tenuta del video che delle prestazioni per gli utenti. Multiforme, adattabile alle chat tra amici così come ai meeting di business, Zoom si è trasformata rapidamente in un big del mondo tecnologico. Forst and Sullivan, in un’analisi compiuta sul sistema di Zoom, ha rilevato che “oltre l’88% dei decisori di livello-C dicono che il video rende le riunioni più efficaci, l’84% che riduce i tempi, l’86% che accelera il processo decisionale e l’83% che migliora la produttività”. Fattispecie che lascia presagire una scommessa futura su un sistema di lavoro sempre più ibrido capace di integrare ufficio e smart working.

Come riporta Formichel’azienda si sta adattando a questa nuova prospettiva lanciando due nuovi servizi, “Zoom Phone” e gli “Zoom Rooms”. Il primo volto a modernizzare i sistemi di telecomunicazione negli uffici, il secondo a creare una stanza-conferenza utile e appetibile anche per gli ambienti di lavoro ibridi (metà da remoto e metà in presenza). Ma Zoom non ha solo lanciato dei nuovi servizi, ha anche appena acquisito Five9 per 14,7 miliardi di dollari. Tutti in azioni, zero contanti”, un’operazione finanziaria di diversificazione che lascia presagire come Zoom intenda mettersi al riparo da possibili rischi legati a un’eccessiva concentrazione della sua attività. Ma anche una rischiosa scommessa, perché si fonda unicamente sulla capacità di mantenere la capitalizzazione ad alti e sostenuti livelli. E anche se su base annua la capitalizzazione di Zoom è salita di oltre il 45%, arrivando agli attuali 108 miliardi di dollari, va sottolineato il fatto che l’azienda ha perso da ottobre 2020 oltre un terzo del suo valore, passando da circa 570 a circa 370 dollari ad azione. Un segnale da non sottovalutare per il futuro.

Gli algoritmi si ridimensioneranno?

Diverso è il discorso per quelle società che, sostanzialmente, appaltano ad una semplice serie di algoritmi la loro operatività. Pensiamo alle società di ricerca case o appartamenti (AirBnb) o a quelle di consegna cibo a domicilio (Glovo, Deliveroo e via dicendo). Esse, sostanzialmente, operano un matching domanda-offerta sulla base di filtri precisi e si affidano a un algoritmo che incrocia i dati del cliente e quelli messi a disposizione per il servizio.

Nella sardana impazzita delle borse le aziende in questione sono decollate. E se per le piattaforme di consegna a domicilio questo ha una logica spiegazione, questo è assolutamente controintuitivo per aziende come AirBnb, sbarcata in borsa nei mesi scorsi nel pieno dei lockdown che frenavano i viaggi con un valore superiore a quello di Intesa San Paolo e dopata unicamente dall’entusiasmo legato al quantitative easing globale. Una situazione insostenibile sul lungo periodo. Il ritorno alla normalità metterà le aziende fondate sugli algoritmi di fronte alla necessità di chiarire e equilibrare il loro rapporto col mondo reale: AirBnb è cresciuta sull’effetto aspettativa, Deliveroo sulla precarietà dei rider e di chi lavora per necessità “incatenato” ai ritmi e ai tempi dettati dagli algoritmi, che chiamano nuovi poteri regolatori ad intervenire nelle principali economie occidentali. Tutte fattispecie che mettono a repentaglio una bolla irreale perché distaccata dal mondo reale. E le prospettive di aziende che presto dovranno capire che i lockdown sono finiti da tempo e, si spera, per sempre.