Sulla condotta italiana sul tema della riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes),  il cosiddetto “fondo salva-Stati”, tutto si può dire fuorché si sia contraddistinta per chiarezza e coerenza. Silenzi e reticenze tra i due esecutivi Conte e il Parlamento, un premier che agisce in autonomia come del resto fatto già in altri dossier cruciali (vedasi Spygate), partiti (la Lega) che come non accorgendosi di aver governato nella fase di negoziazione della riforma gridano al tradimento e altri rientranti nel governo (Pd e Italia Viva) desiderosi di intestarsi la riforma.

Tutto questo mentre tra esponenti del mondo economico e analisti il numero degli scettici su una riforma che si annuncia costosa e controproducente per il Paese continua a aumentare: alti esponenti della classe dirigente come Paolo Savona (Consob) e Ignazio Visco (Bankitalia) hanno espresso scetticismo, seguiti dalla direzione dell’Abi, l’associazione dei bancari italiani, mentre tra gli studiosi il fronte dei critici unisce marxisti come Vladimiro Giacché, esponenti di sinistra come Sergio Cesaratto e studiosi mainstream quali l’ex esponente democratico Giampaolo Galli.

“Da quando è scoppiata la crisi, o da quando la globalizzazione è diventata efficace e rampante, all’interno dell’Unione Europea prevale uno spirito di competizione tra gli Stati: Germania e Francia usano le regole europee per avere la supremazia continentale. Di questo in Italia abbiamo ancora poca coscienza”, ha dichiarato a Il Sussidiario Antonio Pilati, avvertendo della posta in palio nella firma di un meccanismo in cui l’Italia contribuirebbe all’interesse nazionale altrui (tedesco soprattutto, nel caso). Ma la storica massima di Indro Montanelli trova nuove verifiche: i tedeschi vanno in Europa da tedeschi, i francesi da francesi, noi italiani da europei, con una leggerezza sconfortante quando si ragiona dell’interesse nazionale.

Coerentemente con questa logica, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha dichiarato candidamente che il testo del Mes è chiuso e immodificabile, e ora per l’Italia si apre la partita della ratifica, che coinvolgerà con forza e profondità il Parlamento. La pressione dell’opinione pubblica appare andare in direzione uguale e contraria a quella, potenzialmente schiacciante, esercitata dai mercati finanziari, che si aspettano una celere ratifica del Mes e stanno già iniziando a scontare gli effetti dello scontro di potere italiano imponendo un aumento del rendimento dei Btp. Gialloverde o giallorosso, non c’è differenza: l’Italia, senza una governance politica degna di questo nome, è sempre soggetta al ricatto dei mercati nelle situazioni critiche e quando lunedì il premier Giuseppe Conte sarà di fronte alla Camera in audizione sul “fondo salva-Stati” si apriranno per il Paese tre scenari forieri di diverse risposte da parte dei mercati.

Tirare dritti sulla ratifica, infatti, porterebbe a una votazione parlamentare al termine della quale, in caso di successo del fronte del “sì”, i mercati stapperebbero lo spumante. In caso di respinta del Mes da parte del Parlamento, invece, per il Paese inizierebbe la consueta via crucis dell’aumento dello spread, della speculazione sui Btp e della marginalizzazione finanziaria, a coronamento del repentino cambio di fronte italiano in un processo gestito male all’inizio per poi sprofondare nell’anarchia. In tal senso, decisiva sarà la posizione del Movimento Cinque Stelle, al cui interno la progressiva sfiducia del governismo di Luigi Di Maio ha aperto la breccia in cui la base parlamentare intende penetrare per imporre al governo un dibattito franco e discutere l’appoggio pentastellato in aula. Facendo asse con Lega e Fratelli d’Italia in una riedizione allargata della coalizione gialloverde i grillini potrebbero, potenzialmente, affossare il Mes. Ma in questo caso spaccherebbero completamente l’esecutivo e aprirebbero a una crisi conclamata tra Conte, ritenuto organicamente esponente del partito fondato da Beppe Grillo, e i ministri pentastellati. Una situazione tesissima, dunque.

Esiste la terza opzione del rinvio della votazione, che metterebbe comunque sulla graticola l’Italia, la borsa e i titoli di Stato, pressando finanziariamente il Paese in maniera analoga a quanto succederebbe in caso di votazione negativa. Il ricatto dei mercati non è un’opzione tra tante, ma uno scenario noto e che potrebbe materializzarsi. E questa volta, nel governo italiano molti dovrebbero semplicemente incolpare loro stessi per la mala gestio dell’affare Mes. Dato che sarebbero stati loro a qualificare come “inaffidabile” l’Italia di fronte ai mercati finanziari. Armando la pistola di un ricatto già visto.