Il coronavirus oramai non basta più come spiegazione: quella a cui l’economia globale rischia di andare incontro è una situazione di redde rationem definitiva con le asimmetrie e le problematiche accumulate durante e dopo la Grande Recessione, dall’eccessiva finanziarizzazione al mito di una crescita infinita. Emblema di questo problema sono gli Stati Uniti, in cui i nodi di anni di incongruenze sono portati al pettine dalle previsioni sempre più cupe per la recessione legata al Covid-19.

Il govenratore della Federal Reserve, Jerome Powell, mette le mani avanti affermando che “è molto difficile dire quando l’economia si riprenderà”. Toni a dir poco eufemistici. Dow Jones prevede per il primo trimestre un calo del -3,5%, mentre il Bureau of Economic Analysis stima un -4,8%. In ogni caso si tratterebbe della peggiore recessione trimestrale dal 2008. In ogni caso un’inezia rispetto alla catastrofe attesa per il secondo trimestre.

Il lockdown necessario a frenare l’ondata del contagio, la crescita delle incertezze sulla tenuta di interi settori, il congelamento di milioni di posti di lavoro, la crisi di liquidità di comparti come i trasporti e la manifattura aeronautica e, non da ultima, la catastrofica contrazione del settore energetico non possono certamente apparire presagi incoraggianti. Sui tavoli di lavoro dell’amministrazione Trump i documenti propongono numeri sconfortanti. I paragoni non sono più col 2008 ma con la Grande Depressione dovuta alla crisi del 1929. Kevin Hassett, consigliere economico della Casa Bianca, ha ammesso alla Cnbc che per il secondo trimestre un crollo del Pil compreso tra il 20 e il 30% potrebbe essere un’ipotesi realistica e non rappresenterebbe nemmeno lo scenario peggiore. Analogamente, è attesa una crescita vertiginosa del tasso di disoccupazione, destinato a portarsi dal 3-4% attuale a un dato compreso tra il 15 e il 20%.

Per l’amministrazione Trump sono dolori, e nel momento della crisi si scoprono tutti i nervi tesi del triennio di amministrazione del tycoon divenuto Presidente: il sistema sanitario è andato via via disfacendosi mentre al contempo, nell’era Trump, si assisteva al più grande trasferimento di ricchezza verso l’1% più facoltoso della storia statunitense. Gli economisti Gabriel Zucman e Emmanuel Saez dell’Università di Berkeley nel recente volume The triumph on injustice hanno fatto notare come l’era Trump abbia sancito lo storico precedente del sorpasso della quota di imposta pagata sui redditi dalla classe media americana rispetto ai membri della super-classe finanziaria, favorita dalla riforma fiscale e dagli scudi sui capitali, 24,2% contro 23%.

Su cosa Trump ha costruito la narrazione dei suoi successi economico-finanziari? Sul decollo di Wall Street, che nell’amministrazione repubblicana ha battuto ogni record. In questo caso la narrazione è andata in parallelo con quanto portato avanti da Barack Obama, che incentivando il “doping” monetario della Fed ai mercati finanziari ha avviato il processo poi acceleratosi nell’ultimo triennio.

La crisi impatta oggi su un’economia statunitense diseguale, iper-finanziariazzata, fiaccata dalla debolezza dell’apparato industriale e dalla vulnerabilità dei meccanismi di welfare. Lo schianto rischia di essere doloroso: e l’esborso messo in campo dall’amministrazione lo testimonia.

“Dopo aver approvato un primo stanziamento da 8,3 miliardi di dollari”, ha scritto il giornalista Stefano Graziosi, esperto di politica statunitense, “Trump ne ha sbloccati ulteriori 50, grazie alla proclamazione dell’emergenza nazionale con lo Stafford Act. Il presidente ha anche siglato un pacchetto bipartisan di aiuti dal valore complessivo di oltre 100 miliardi, che – tra le altre cose – prevede tamponi gratuiti, sussidi di disoccupazione e potenziamento del programma sanitario Medicaid“. Il piano è lievitato fino a oltre 2 trilioni di dollari, portando a 3mila miliardi il complesso delle misure adottate dal Congresso, e in tutto questo “non dobbiamo neppure trascurare che Trump, per potenziare la produzione di materiale sanitario, stia facendo ampio ricorso a una legge bellica, come il Defense Production Act del 1950″.

Il problema è che l’America odierna sta vivendo in pochi mesi ciò che avvenne a velocità più contenuta dopo il grande tonfo del 1929: un deperimento del sistema economico alle sue fondamenta. Allora le ricette keynesiane di Franklin Delano Roosevelt fornirono un tampone efficace a partire dal 1933, oggi l’iper-connessione dei mercati globali, il contesto legato alla pandemia e un predominio della finanza sull’economia reale, unito alla deindustrializzazione, che ostacola interventi volti a creare velocemente posti di lavoro, disegnano un quadro a tinte fosche. Gli Stati Uniti possono essere il volano della ripresa, ma anche il termometro della virulenza della crisi economica legata alla pandemia. La quale oggi segna una temperatura elevata. Difficilmente gli Stati Uniti potranno riprendersi assieme al resto del mondo senza riconsiderare un modello instabile che la pandemia ha messo duramente in crisi.

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