L’aumento delle temperature medie globali, ed in particolare delle zone artiche come la costa settentrionale russa, ha aperto la strada all’uso commerciale delle acque del Mar Glaciale Artico. Se quel tratto di mare che circonda il Polo Nord diventa navigabile per la maggior parte dell’anno, il trasporto di merci attraverso di esso diventa molto più redditizio rispetto ad altre rotte e a dirlo sono i numeri: la navigazione dall’Estremo Oriente all’Ovest attraverso le acque dell’Artico è più conveniente della rotta odierna lungo il canale di Suez facendo risparmiare fino a 20 giorni rispetto ai 30/40 necessari.

Quella che i russi chiamano la Rotta del Nord, che per noi è il passaggio a nord-est, è stata aperta nel 1991. Da allora, secondo le osservazioni di Roshydromet, la temperatura nell’Artico russo  è aumentata di 2,3 gradi e fino a 5 gradi in alcuni settori. Ora il mare può essere solcato dalle navi anche in inverno: a gennaio 2019, due petroliere russe hanno attraversato quel tratto di mare per la prima volta senza l’aiuto di rompighiaccio. Il traffico commerciale lungo la Rotta Nord mostra una crescita senza precedenti: nel 2010 il volume delle merci è stato pari a 1 milione di tonnellate, nel 2018 sono state 18 milioni ed entro il 2024 si pensa che raggiungeranno 80 milioni di tonnellate.

Il riscaldamento dell’Artico rende più accessibile anche la produzione di petrolio e gas. “La scomparsa del ghiaccio offre grandi opportunità. Ad esempio il progetto Vostok Oil di Rosneft sarà il più grande progetto petrolifero del mondo. La società prevede di costruire un porto con una capacità annua massima di 115 milioni di tonnellate di petrolio. La risorsa prenderà la via della Rotta Nord per raggiungere l’Asia” ha dichiarato Pavel Devyatkin, esperto dell’Artic Institute di Washington.

Le risorse naturali nascoste sotto la crosta di ghiaccio sono immense e attirano l’attenzione della Cina e degli Stati Uniti: 90 miliardi di barili di petrolio, 44 miliardi di barili di condensati e la cifra astronomica di 47mila miliardi di metri cubi di gas naturale. Queste sono le stime fornite dall’Usgs, il servizio geologico degli Usa, nel lontano 2008, delle riserve di idrocarburi in tutta la regione; una regione enorme, il cui offshore, calcolato sino alla profondità massima dei 200 metri, misura 1.191.000 km quadrati, quasi 4 volte la superficie totale dell’Italia per intenderci. L’intensificazione della competizione per l’Artico è dettata non solo dal valore astronomico delle riserve inesplorate di idrocarburi, ma vi si sovrappone anche la rivalità geopolitica tra Washington, Pechino e Mosca.

Per questo la Russia ha deciso di “blindare l’Artico” non solo dal punto di vista legislativo, cioè “nazionalizzando” la Rotta Nord, ma anche varando un imponente piano di sviluppo per tutto il grande settentrione russo rappresentato proprio dal progetto Vostok Oil. Un piano ambizioso che prevede la nascita di 15 cittadine industriali, un porto marittimo, due aeroporti, 800 chilometri di oleodotti, 3500 chilometri di linee elettriche, la costruzione di una flotta di navi cisterna-rompighiaccio, addirittura la costruzione di centrali atomiche galleggianti che forniranno energia ai nuovi insediamenti tra cui, ovviamente, le basi militari che stanno spuntando lungo tutto il nord e le isole russe nel Mar Glaciale Artico: dalla Terra del Principe Giorgio e la Novaya Zemlja sino appunto alle propaggini più orientali della Siberia dove ha sede la città portuale di Pevek. Un progetto, il Vostok Oil, da 100mila posti di lavoro che consentirà di aumentare il Pil nazionale del 2% ogni anno grazie a un investimento stimato di 10mila miliardi di rubli pari a 129 miliardi di euro.

Non è tutto oro quello che luccica però. Se da un lato il riscaldamento dell’Artico ha aperto prospettive enormi di sfruttamento dell’area, dall’altro, e per le medesima causa, ha innescato una problematica ambientale che potrebbe mandarne in frantumi i sogni di sviluppo infrastrutturale. L’incidente avvenuto recentemente all’impianto di produzione termoelettrica di Norilsk, nel Territorio di Krasnojarsk, che ha provocato la fuoriuscita di 21mila tonnellate di gasolio finite nel terreno e nel reticolo idrografico siberiano, ha evidenziato proprio la fragilità di un ambiente, quello dell’Artide, che è il più colpito dal surriscaldamento globale.

Qui, sulla terraferma, ad essere chiamato in causa è il permafrost, ovvero il terreno perennemente congelato a causa delle temperature estremamente basse, che si sta sciogliendo ad un ritmo sempre più elevato: se in condizioni normali a “scongelarsi” erano solo lo strato superficiale, ora, con le temperature sempre più elevate e per un periodo maggiore di tempo, l’onda termica scende più in profondità.

Questo riscaldamento del terreno artico innesca un fenomeno geologico molto particolare che ricorda molto quello del carsismo, ovvero della dissoluzione del terreno calcareo che “cede” e forma strutture tipiche denominate doline: in questo caso si parla di thermokarst (termocarsismo), ovvero dello scioglimento del permafrost in modo rapido e irregolare con l’innesco di frane, cedimenti del suolo e rapida erosione.

All’origine del disastro naturale siberiano sembra infatti che ci sia stato un cedimento del suolo al di sotto della cisterna, che poggia su piloni che si innestano nel terreno come se fosse una palafitta per permettere il passaggio dell’aria gelida al di sotto delle strutture e minimizzare il tasso di scioglimento dovuto al calore delle infrastrutture. Lo scioglimento del permafrost, come riportato anche dal capo del Ministero delle Emergenze, Yevgeny Zinichev, ha causato la subsidenza dei pali di fondazione e la conseguente depressurizzazione del serbatoio di stoccaggio del carburante diesel, usato come riserva per la centrale termoelettrica che funziona a gas.

Quanto accaduto in Russia è lo specchio di un mutamento che coinvolge tutta la zona dell’Artico, non solo la Siberia: in Alaska, per esempio, spesso si nota che le terre che un anno fa erano occupate da foreste ora sono ricoperte da laghi, i fiumi che una volta scorrevano limpidi, ora sono pieni di sedimenti, le strade si deformano e le case diventano instabili. Questi problemi “locali” si aggiungono, ovviamente, a quelli “globali” dati dal rilascio in atmosfera di gas serra intrappolati nel permafrost in via di scioglimento, principalmente metano, dato dalla decomposizione di materia organica, e anidride carbonica.

Il progetto russo di rilancio della Siberia, quindi, potrebbe scontrarsi con l’altra faccia della medaglia del riscaldamento globale. Esistono soluzioni però, che possono essere prese per ovviare alle problematiche che hanno causato l’incidente di Norilsk, e prevedono un’attento monitoraggio delle condizioni del permafrost insieme a quello delle strutture già esistenti, che dovranno comunque subire interventi dispendiosi, se pur meno di quelli effettuati ex post, per il loro consolidamento. L’Artico, sostanzialmente, resta una sfida ingegneristica che l’uomo può affrontare ma solo se sarà capace di rapportarsi in modo puntuale e continuo ai cambiamenti naturali in atto: una lezione per tutti.