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Mario Draghi non aveva intenzione di vedere la Grecia uscire dall’euro durante la crisi dei debiti e la fase di avvio del quantitative easing. Presa di posizione ribadita più volte di fronte ad Angela Merkel e, soprattutto, al suo ministro delle Finanze Wolfgang Schauble, falco tra i falchi del rigore, sin dai tempi del celebre “Whatever it takes” dell’estate 2012.

A segnalarlo è lo stesso presidente del Consiglio intervistato dal giornalista del Corriere della Sera Massimo Nava, in un colloquio avvenuto a giugno che Nava riporta nel suo saggio Angela Merkel – La donna che ha cambiato la storia. Biografia politica della Cancelliera in cui ampio spazio è dato al rapporto tra le due figure più importanti dell’Europa politica degli ultimi anni, a lungo ritenute l’incarnazione della linea del rigore (la Merkel) e di un pragmatismo più realista (Draghi).

Draghi, parlando con Nava, ha raccontato dei duri scontri avuti con la Germania, del rapporto di profondo rispetto, pur nella diversità di idee, con la Cancelliera e della difficoltà avute nel confronto con Schauble. Poco dopo il varo del quantiative easing, mentre Atene veniva messa sotto pressione dall’Unione europea e dai memorandum che imponevano l’austerità, Draghi racconta di aver negato sponde al falco tedesco sulla possibilità di spingere Atene fuori dall’euro. Lo si può leggere in un estratto del saggio di Nava riportato da Formiche in cui Draghi afferma che Schauble “ha un’idea di unione monetaria “à la carte”, da cui si possa o si debba uscire per rientrare dopo aver messo i conti a posto. Per questo, sosteneva l’uscita della Grecia. Gli dissi che, se voleva buttare fuori la Grecia, lo doveva fare lui, ma che non poteva chiederlo alla Bce”. Il rigorismo fiscale di Berlino non avrebbe avuto sul medio periodo seguito in un analogo atteggiamento draconiano dell’Eurotower, che alleviò le sofferenze sul debito di Atene coinvolgendola nel Quantitative easing

In questo modo Draghi risponde indirettamente alle accuse di Yannis Varoufakisex ministro dell’Economia ellenico nel governo Tsipras che secondo l’economista greco Draghi nel 2015 avrebbe voluto sabotare, come dichiarato a febbraio ai microfoni di Radio Popolare e poi in un’intervista al Fatto Quotidiano, tagliando fuori a inizio febbraio le banche greche dalle linee di credito per poi difendere il memorandum bocciato dai cittadini greci nel referendum del luglio successivo. Ma soprattutto opera un giudizio chiaro e netto sul suo rapporto con la Germania, che da governatore della Bce e presidente del Consiglio ha di fatto sovrapposto alla relazione personale con la Merkel cercando di subordinare gli scontri e le incomprensioni col resto dell’élite di Berlino, da Schauble al governatore della Bundesbank Jens Weidmann, a un interesse generale superiore.

Secondo Nava, “Schäuble sosteneva che la politica della Bce penalizzasse i risparmiatori tedeschi e favorisse indirettamente, nell’elettorato del Paese, l’euroscetticismo e l’ascesa dei populisti”, ma in realtà a ben guardare sono stati il rigorismo, l’austerità e l’intransigenza del governo di Berlino, sostenuto dagli altri falchi nordici, a portare l’Europa sull’orlo del disastro. E a ben guardare, è fallace anche la retorica secondo cui il quantitative easing draghiano sia stato un disastro per la Germania, che ha potuto appoggiarsi sul volano dell’euro svalutato per costruire una politica di rafforzamento del suo export. 

Draghi mira nel colloquio con Nava a sostenere che la Germania ha mutato atteggiamento rispetto all’epoca della crisi greca e, di fronte al Covid-19, ha mutato atteggiamento perché mentre gli Schauble e gli altri falchi sono passati la Merkel è rimasta: la cancelliera è definita “intelligente, sempre preparata, gentile”, una differenza di giudizio rispetto a quello di Schauble che segnala la volontà del premier di concedere una passerella finale alla donna con cui si è confrontato, scontrato e inteso segnando un decennio di storia europea paragonabile a quella garantitagli in occasione dell’avvicendamento con Christine Lagarde alla guida della Bce. In quei giorni di ottobre 2019 Draghi ricevette anche l’appoggio del grande rivale Schauble, a parziale preannuncio del cambio di rotta di Berlino in occasione della crisi del Covid. Una svolta preparata sul campo con il Qe e il freno imposto alle volontà punitive della Germania sulla Grecia nel 2015 che, a ben guardare, visti col senno di poi fermarono la definitiva franata dell’Ue.

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