Più passano i giorni e più emergono clamorosi retroscena sul Mes. Il Meccanismo europeo di stabilità non è un regalo impacchettato da Bruxelles la scorsa estate e recapitato all’Italia qualche settimana fa. Dietro alle dichiarazioni ufficiali provenienti dall'”alto” c’è in realtà una lunga storia che merita di essere ricostruita, ed è quella che ripercorre le tappe che hanno portato i signori d’Europa a mettere a punto un modo subdolo per disinnescare eventuali crisi bancarie. Il Fondo salva-Stati, fatto passare come un trattato utile e necessario, non ha in realtà niente di salvifico, visto che nasce con l’intenzione celata di rimpinguare le casse degli istituti di credito a un passo dal crac prelevando il necessario da quei poveri Paesi che dovessero mai rivolgersi al Mes. Ma soprattutto, questo meccanismo killer ha attraversato una lunga gestazione controllata niente meno che dalla Germania.

Un passo indietro

Nel 2016 il Consiglio degli esperti economici del governo tedessco, detto anche “dei cinque saggi”, pubblicò un paper sul quale vale la pena puntare i riflettori. Il suo titolo era “A mechanism to regulate sovereign debt restructuring in the euro area”, cioè “Un meccanismo per regolare la ristrutturazione del debito sovrano nell’area euro”. Tra i firmatari spicca il nome di Lars Feld, un falco che ha più volte attaccato l’Italia a causa dell’ingente debito pubblico e molto vicino all’ex ministro delle Finanze tedesco, Wolfang Schauble. Già dal titolo del documento si capisce che il meccanismo a cui si fa riferimento sia una sorta di Mes ante litteram. Nel paper, tra l’altro, sono presenti due punti riscontrabili anche nella proposta della riforma odierna del Fondo salva-Stati: l’analisi di sostenibilità del debito pubblico e le cosiddette clausole di azione collettiva (Cac), sia “dual limb” che “single limb”, cioè rispettivamente a maggioranza doppia e singola, con le prime hanno il compito di agevolare l’iter di ristrutturazione del debito.

I rischi dell’effetto contagio

Nel medesimo testo si esprime l’esigenza di legare il sistema del taglio del debito a un apposito “programma di aggiustamento macroeconomico del Mes”, comprendente la possibilità di attuare “riforme strutturali nell’ambito del mercato del lavoro e in tema di produttività”. In altre parole, l’intenzione è quella di evitare che gli Stati possano approfittare del taglio del debito per farlo risalire nel giro di poco tempo. Ci sono dei rischi? Tanti, soprattutto per il nostro Paese, che possiede il secondo debito più alto dell’Eurozona. Ma anche per la possibilità di un contagio innescato da una crisi qualunque. Di fronte a un’evenienza del genere, l’Italia sarebbe “troppo grande per essere salvata” e il ricorso alla ristrutturazione del debito apparirebbe come un male minore.

L’ombra della ristrutturazione del debito

Quanto scritto nel paper sopra citato si ritrova oggi all’interno della riforma del Mes. Prendiamo l’articolo 11, che sottolinea come vi siano “obblighi costituzionali nazionali dei membri del Mes, così che tutti questi inseriscano Cac a maggioranza singola nei titoli di Stato di nuova emissione della zona euro”. La Cac a maggioranza singola fu citata anche nel 2018, in occasione della dichiarazione di Mesemberg firmata da Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Germania e Francia volevano “iniziare a discutere sulla possibile introduzione delle clausole a maggioranza singola”. Un suicidio per l’Italia, visto che i Paesi con alto debito, tra cui l’Italia, si sarebbero ritrovati a far fronte a un maggior costo del debito, più fragilità e più alte probabilità di incorrere in una crisi.

Nel 2018 sei Paesi del Nord Europa firmano un documento in cui sottolineano l’esigenza di rinforzare il ruolo del Mes. Arriviamo ora all’estate scorsa, quando, con il benestare dell’Italia, vengono approvate iniziative potenzialmente nocive al nostro Paese, fra cui le Cac a maggioranza singola, le quali non fanno altro che facilitare la ristrutturazione del debito pubblico. Tradotto: se l’Italia non dovesse più riuscire a piazzare il suo debito pubblico e dovesse chiedere l’aiuto dell’Europa, scatterebbe la ristrutturazione del suo debito pubblico. Questo rischio è stato impacchettato a dovere e molto presto finirà nelle nostre mani.