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L’ipotesi di un accordo sul Bilancio Ue destinato a governare le finanze comunitarie dal 2021 al 2027 e di avere al suo centro il Recovery Fund si allontana sempre di più dopo la brusca interruzione dell’interlocuzione tra Parlamento e Consiglio europeo.

Il governo tedesco di Angela Merkel aveva forzato la mano di recente, per mezzo del Ministro delle Finanze Olof Scholz, portando avanti da presidente di turno dell’Unione l’approvazione a maggioranza qualificata dell’accordo negoziato a luglio dal Consiglio nel contesto del recente Ecofin. Ma al momento dell’avvio del tavolo negoziale tra il Consiglio e l’emiciclo di Strasburgo quest’ultimo ha troncato le trattative di fronte all’inconciliabilità delle due visioni.

Il Consiglio offre un bilancio settennale imperniato sul Recovery Fund da 750 miliardi di euro e un piano complessivo da 1.074 miliardi; il Parlamento partiva da richieste ben più alte (un bilancio da 1.300 miliardi di euro) e contestava il fatto che in nome del Recovery Fund di numerosi programmi pluriennali l’Europa avesse fatto letteralmente tabula rasa. Come ricordato di recente su queste colonne, a far le spese dell’accordo sul Recovery Fund sono stati, in particolare, i programmi di ricerca scientifica volti a promuovere alleanze tra università, progetti paneuropei e nuovi brevetti in campi come la chimica, la fisica, la farmaceutica, il biomedicale. Una scelta rovinosa in tempo di pandemia, oltre che economicamente inefficiente.

Fumo negli occhi per Strasburgo, che al tavolo delle trattative con il Consiglio ha di aumentare gli stanziamenti su ben 15 capitoli di spesa della proposta di bilancio, tra cui i programmi per la digitalizzazione, il lavoro e il sociale. Inoltre, gruppi come i Verdi e il Partito Socialista Europeo hanno puntato il dito contro il (presunto) attacco allo Stato di diritto in Polonia e Ungheria, chiedendo di mettere in stand-by la concessione dei finanziamenti a Budapest e Varsavia se non ci saranno riforme interne. Proposte rispedite al mittente dai governi Ue. Già dal mattino dell’8 ottobre erano emerse l’amarezza e la delusione dei parlamentari per una proposta “inaccettabile” che non presenta “nulla di nuovo”. Rasmus Andresen, tedesco dei Verdi, ha affondato dicendo che “non ha senso parlarsi se una parte mostra poca disponibilità al compromessso”. Tramonta dunque anche l’apertura che il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli aveva favorito nelle scorse settimane.

Ma anche qualora si trovasse un accordo sul valore dei programmi, resterà da definire una questione tutt’altro che secondaria: come pagare gli aumenti di bilancio? Come scrive l’Huffington Post, “resta ancora da trovare l’accordo politico sulle cosiddette “Risorse Proprie”, cioè quelle risorse che serviranno a ripagare nei prossimi anni i prestiti che Bruxelles reperirà sui mercati e girerà agli Stati membri in attuazione ai rispettivi Recovery Plan”. Per ora di certo c’è solo la tassa sulla plastica, sulla quale l’intesta è stata raggiunta, mentre “restano ancora diversi nodi da affrontare sulla digital tax, le tasse sulle transazioni finanziare, la carbon tax e il sistema di scambio delle emissioni inquinanti”.

Palla dunque alla Commissione di Ursula von der Leyen che dovrà definire nuove proposte e nuove misure ad hoc. La procedura negoziale si complica e in tutta Europa si guarda già al prossimo vertice europeo fissato per il 15-16 ottobre sperando che arriva la fumata bianca sulle parti più impellenti del programma. Il rischio di un Recovery Fund rimandato alla seconda metà del 2021 è ben più che concreto: trovato l’accordo Consiglio-Parlamento con l’ok della Commissione dovrà avviarsi la procedura di ratifica da parte dei singoli Parlamenti nazionali. Un processo estremamente complesso. E non è detto che il percorso verso gli accordi non riservi insidie da parte dei “falchi” del rigore, sempre pronti a minare il terreno laddove si parla di maggiori esborsi. L’Italia, al tavolo delle trattative, ha inciso ben poco con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che è tornato dal recente Ecofin con pochissime concessioni: il governo rischia di vedersi esplodere in mano la strategia economica fondata sul rilancio degli investimenti con la massiccia sponda europea. Senza strategia e senza piani B rischiamo di essere i gradi sconfitti di uno stallo che non si poteva non prevedere. A meno di considerare l’europeismo un fine, e non un mezzo, della politica nazionale.