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Il pugno duro di Merz contro le richieste delle aziende: così la Germania si spacca sulla Cina

In Germania governo e imprese si dividono sulla Cina: Berlino punta alla linea dura, il mondo economico chiede più cooperazione

Da un lato c’è il governo tedesco guidato da Friedrich Merz. Dall’altro il tessuto imprenditoriale della Germania. L’oggetto della contesa: la Cina, o meglio, quale strategia utilizzare per relazionarsi con Pechino.

Se il sistema politico berlinese e gli ambienti filo europeisti spingono per adottare un atteggiamento più duro nei confronti di un Paese considerato l’artefice del disastro economico nazionale, sul lato opposto troviamo l’insolita presa di posizione di un rilevante network aziendale che chiede, invece, una maggiore cooperazione con il gigante asiatico.

Le prime avvisaglie di questo curioso braccio di ferro risalgono allo scorso 19 giugno, quando l’Handelsblatt, ossia il principale quotidiano finanziario tedesco, ha pubblicato un articolo per spiegare che “lo shock della Germania nei confronti della Cina è in gran parte di origine interna“. La fonte? Uno studio del prestigioso Kiel Institute che ha messo in guardia contro una postura eccessivamente conflittuale nei confronti di Pechino.

Pochi giorni fa il Berliner Zeitung ha rincarato la dose con un articolo ancora più emblematico firmato da Michael Schumann, presidente del Consiglio di Amministrazione della Federazione Tedesca per lo Sviluppo Economico e il Commercio Estero. Il titolo è tutto un programma: “Perché abbiamo bisogno della Cina per la reindustrializzazione della Germania”.

Lo scontro sulla Cina che scalda la Germania

Quanto sta accadendo in Germania è soltanto la punta di un iceberg molto più grande che riguarda l’intera Europa. Nel Vecchio Continente c’è infatti una clamorosa ed evidente divergenza narrativa sulla Cina tra la comunità imprenditoriale che vorrebbe continuare a fare business con Pechino e la classe politica europea convinta che sia arrivato il momento di chiudersi di fronte al Dragone.

Il governo Merz, in particolare, si è impegnato ad adottare una linea più dura nella difesa del commercio a livello continentale, segnando un significativo cambio di rotta da parte di un Paese che, per lungo tempo, è stato considerato il principale freno dell’Unione Europea a un’azione più incisiva nei confronti della Cina.

Berlino ha di fatto definito un pacchetto di 34 punti per rilanciare l’economia nazionale in difficoltà, a partire da una solida protezione contro la concorrenza sleale “attraverso un’applicazione più rapida e settoriale delle misure antidumping e antisovvenzioni a livello europeo”. La Cina non è stata minimamente menzionata ma era ed è il bersaglio numero uno di Merz.

Ben diverso è l’approccio della grande imprenditoria tedesca. Sul richiamato Handelsblatt, per esempio, si legge che il declino della competitività del mercato europeo non sarebbe stato causato dal Dragone, bensì dalla propria capacità innovativa in calo, da una eccessiva regolamentazione del mercato, da elevati costi energetici e da un onere fiscale gravoso.

Politica contro economia

Il Kiel Institute ha letteralmente stroncato Merz sottolineando che solo circa un terzo del calo della quota di mercato della Germania nei Paesi terzi può essere attribuito esclusivamente all’espansione della Cina. “Questo suggerisce che alcune delle difficoltà sono di natura interna e non possono essere spiegate unicamente dall’ascesa della Cina”, ha proseguito il think tank. L’istituto ha quindi avvertito che “i dazi generalizzati non sono adeguati al problema”.

Schumann ha aggiunto altri aspetti interessanti individuando nella deindustrializzazione, nei tagli occupazionali e negli scarsi investimenti le cause che starebbero mettendo sotto pressione la base industriale tedesca. La Cina è un concorrente ma anche “un motore tecnologico, una potenza delle catene di approvvigionamento, un investitore e sempre più un partner produttivo sul suolo tedesco”, ha spiegato ancora l’economista, e per questo “chiunque voglia seriamente plasmare il futuro industriale della Germania dovrebbe sfruttare strategicamente questo potenziale”.

Interessante, infine, dare un’occhiata all’ultimo studio realizzato dall’Istituto Economico Tedesco e commissionato dalla Fondazione Bertelsmann. Nonostante molti media definiscano la Cina come la minaccia numero uno dietro la perdita di brevetti tedeschi, il suddetto paper mostra come i maggiori acquirenti stranieri delle invenzioni del Paese siano gli Stati Uniti (31,7%), la Svizzera (11,1%) e la Francia (7,5%). E la Cina? Si classifica solo al sesto posto, dietro dietro anche a Giappone e Regno Unito.

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