SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI

L’Eurogruppo autunnale si avvicina e con esso sono prossimi a rinfocolarsi le discussioni sul futuro del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il “fondo salva-Stati” la cui riforma ha fatto profondamente discutere sul finire del 2019 e che è tornato nel dibattito dopo il via libera alla linea di credito “sanitaria” attivata nella scorsa primavera con l’intento dichiarato di fornire risorse alle strutture mediche dei Paesi colpiti dal coronavirus. 240 miliardi di euro il valore della nuova linea di credito, che forte di un rating privilegiato potrà emettere a ogni Paese prestiti a basso tasso d’interesse per un valore di massimo il 2% del suo Pil.

Pascal Donohoe, l’irlandese al debutto alla presidenza del consesso dei ministri delle Finanze europei, dovrà sbrogliare numerose matasse e sciogliere nodi molto importanti per costruire una piattaforma condivisa sul Mes. L’approvazione della riforma e il via libera al programma anti-pandemico sono opzioni sul tavolo, che si scontrano però con le crescenti resistenze che si oppongono al Mes da parte di numerosi e autorevoli esponenti politici europei. Ma andiamo con ordine.

La riforma del Mes che l’Eurogruppo mira a far approvare in temi spediti è quella che aveva animato a fine 2019 le cancellerie europee e il panorama politico italiano, che aggiungeva come particolarità all’impianto del Mes esistente dal 2012  la modifica delle “clausole di azione collettiva” (Cacs) in base alla quale il Mes acquisisce una funzione di mediazione tra Stati e soggetti privati in caso di attivazione della procedura di ristrutturazione del debito pubblico di un Paese. Per il resto, l’impianto del Mes, con le sue connotazioni e le sue asimmetrie, era consolidato da tempo, ma le discussioni del 2019 hanno avuto la possibilità di farlo emergere a oggetto del dibattito.

Chi valorizza il Mes come utile a fronteggiare le crisi pone l’accento sulla sua natura di strumento emergenziale, sui bassi tassi d’interesse richiesti dai prestiti e, in relazione alle più recenti misure, sull’ampio orizzonte temporale richiesto per il rimborso effettivo dei prestiti. Numeri alla mano, in effetti, Paesi come l’Italia potrebbero finanziarsi al Mes con tassi favorevoli rispetto all’ordinaria emissione di Btp. Ma quanto sottolineano i critici, d’altro canto, è il fatto che l’adesione al Mes imporrebbe, sul lungo periodo, un potere di condizionamento eccessivo a un organismo internazionale formalmente slegato dai canali istituzionali dell’Unione Europea, garantendo però al Consiglio Europeo, in virtù di un Regolamento del 2013, il potere di cambiare in corsa le condizionalità richieste ai Paesi aderenti e imponendo una serie di prestiti a cui le emissioni ordinarie di debito pubblico sarebbero subordinate nella catena di rimborso. Rendendole di fatto meno apprezzabili dai mercati.

Questo discorso si applica sostanzialmente anche alla nuova linea di credito da 240 miliardi, che segue le logiche del recente passato sulla medesima filigrana. Ad oggi le posizioni vedono i nordici, che del ricorso al Mes non avranno con ogni probabilità mai necessità, favorevoli a far procedere speditamente la riforma, Paesi come la Francia ribadire, per bocca del ministro delle Finanze Bruno Le Maire, la necessità di proseguire con la “logica del pacchetto” vincolando riforma del Mes e unione bancaria e l’Italia, al solito, indecisa. O meglio, decisa a non decidere in nome della tenuta della coalizione giallorossa in cui il Movimento Cinque Stelle, maggioritario, è contrario al Mes ma senza una strategia alternativa e in cui Pd, Italia Viva e LeU sono invece maggiormente aperti.

Il tempo stringe, ricorda Formiche. “Venerdì, a Berlino, i ministri delle Finanze si incontreranno per la prima volta di persona dall’inizio della pandemia in Europa. Considerando che i tempi di ratifica della riforma del Mes richiedono circa un anno ai Paesi membri, una eventuale approvazione in sede Ue entro il 2020 porterebbe a un’effettiva entrata in vigore del testo solo nel 2022, ‘due anni prima della scadenza del 2024’ fissata in sede comunitaria per raggiungere gli obiettivi di armonizzazione bancaria. Insomma, il tempo stringe e l’Italia non sembra ancora pronta a firmare il testo” sul completamento della riforma. Quanto al premier Giuseppe Conte, la sua posizione appare chiara: il titolare di Palazzo Chigi vuole tenersi le mani libere e sottoposto alla richiesta di prendere posizione sul Mes ha deciso a più riprese di calciare la palla in tribuna. Il Fatto Quotidiano, infatti ci ricorda che per ben dodici volte nell’arco di cinque mesi Conte ha ripetuto il mantra “decide il Parlamento”.

Paesi più o meno grandi dell’Italia, in ordine sparso, hanno preso una posizione coerente sul Mes e da questo iniziato a lavorare per trarne dividendi politici. Grecia e Portogallo, ad esempio, approveranno la riforma ma hanno già deliberato di non accedere ai prestiti; la Francia prosegue con la strategia del pacchetto; Roma, invece, si dibatte tra tatticismi e incertezze sul dossier Mes senza scoprire con certezza le carte. E se l’indecisione politica regna sovrana adesso, non osiamo immaginare cosa potrà accadere di fronte alla prova del nove dei negoziati sul Recovery Fund e le relative condizionalità. Un nodo che preoccupa (e nemmeno poco) Bruxelles, dal momento che l’Unione europea, attraverso il dibattito sul Mes, vorrebbe avanzare anche l’ipotesi dell’unione bancaria. Come spiega il Corriere, “la valutazione di molti governi è che occorra procedere a decisioni in modo rapido”. Lo ha spiegato anche il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, che ha chiesto di andare al dunque partendo da “discussioni solide”. A partire proprio dall’unione bancaria.