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Nel grande gioco della finanza mondiale, la Cina sembra avere cambiato volto: da generoso prestatore a esigente esattore. A dirlo è un rapporto del Lowy Institute, autorevole think tank australiano, che accende i riflettori su un lato oscuro della Belt and Road Initiative (BRI),  nota anche con la denominazione italiana di Nuova Via della Seta, e delle sue conseguenze nei Paesi in via di sviluppo. Secondo lo studio, nel 2025 Pechino dovrebbe riscuotere 35 miliardi di dollari in interessi sul debito di cui 22 miliardi arriverebbero dalle casse dei 75 Paesi a più basso reddito (secondo le stime dell’Onu). Dopo i fasti degli anni 2010, quando il Dragone elargiva generosi prestiti per finanziare progetti infrastrutturali nelle nazioni sottosviluppate, il vento pare sia cambiato, tanto che ci si domanda se si tratti ancora di cooperazione allo sviluppo o di neocolonialismo economico.

Cosa ci dice il rapporto 

L’iniziativa della Nuova Via della Seta, inaugurata nel 2013 dal presidente Xi Jinping, nasce con l’obiettivo di erogare investimenti alle economie meno progredite (e non solo) per la costruzione di infrastrutture quali centrali elettriche, aeroporti, porti e strade per espandere la propria rete commerciale e contrastare il dominio delle istituzioni politiche e finanziarie occidentali.

Nel 2016 la Cina ha elargito più di 50 miliardi di dollari sotto forma di finanziamenti, segnando la fase di maggior espansione della Belt and Road Initiative  e superando di parecchio tutte le concessioni fatte dal Club di Parigi, raggruppamento degli enti finanziari appartenenti ai 22 Paesi più ricchi del mondo. Dopo la pandemia l’impegno del Dragone è nettamente diminuito tanto che oggi l’ammontare dei  flussi finanziari da oltre la Muraglia si aggira intorno ai 7 miliardi. I Paesi beneficiari si ritroverebbero a pagare un conto molto salato tra restituzioni e interessi dando molto di più di quanto ricevono e la Cina, di conseguenza, siederebbe sul vertice della piramide dei creditori bilaterali nei confronti delle nazioni povere. 

Non è tutto. ll quadro si complica ancora di più se si guarda al crescente peso del debito detenuto da attori privati – banche e fondi d’investimento – che oggi detengono il 61% del debito totale dei Paesi in via di sviluppo. Quello bilaterale, invece, si è ridotto al 14%.  Per far fronte a una sempre più evidente insostenibilità del debito, diversi governi si troverebbero costretti a effettuare ingenti tagli alla spesa pubblica e i settori più penalizzati sarebbero l’istruzione e la sanità. 

Lo studio del Lowy Institute evidenzia anche come la Cina possa utilizzare gli investimenti e la riscossione dei crediti come arma geopolitica, specie adesso che l’Occidente sta vivendo una crisi non solo commerciale ma anche culturale. In molti hanno notato come Nicaragua, Isole Salomone e Burkina Faso abbiano ricevuto prestiti cospicui dopo aver disconosciuto la sovranità di Taiwan.

La risposta del Dragone

Di fronte ai dati del think tank di Sydney, la reazione di Pechino non si è fatta attendere. La portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning ha dichiarato che la Cina agisce secondo le logiche di mercato e che un drappello di attori internazionali sta cavalcando una narrazione menzognera secondo cui i cinesi sarebbero responsabili del debito dei Paesi in via di sviluppo mentre sul banco degli imputati dovrebbero esserci le istituzioni e i creditori commerciali delle nazioni più progredite. 

Diversi analisti hanno sempre espresso scetticismo sugli intenti benefici della Via della Seta ritenendo che in realtà non fosse altro che un cavallo di Troia per spingere i Paesi meno sviluppati nella spirale dell’insolvibilità del debito e allungare poi le mani sui loro asset strategici. In quest’ottica, come riportato da Al Jazeera, ha fatto scuola il caso del porto di Hambantota nello Sri Lanka dove le autorità cingalesi  hanno appaltato la gestione dell’infrastruttura a una società cinese a fronte dell’incapacità di ripagare il prestito grazie al quale era stato costruito. 

Tuttavia, diversi enti accademici hanno pubblicato dati che dimostrerebbero l’indulgenza di Pechino nei confronti dei suoi debitori. Un’analisi condotta nel 2020 dalla China Africa Research Initiative della Johns Hopkins University ha evidenziato che, nel periodo compreso tra il 2000 e il 2019, la Cina ha condonato debiti africani per un totale di 3,4 miliardi di dollari. 

Indubbiamente il comportamento della Cina in relazione alla riscossione dei crediti non prescinderà dall’evoluzione del contesto globale. Gli Stati Uniti di Trump sono sempre più interessati alle faccende domestiche, mentre l’Europa è impegnata a barcamenarsi tra la minaccia dei dazi e la guerra in Ucraina. Per la Cina, dunque, ci sono ampi margini di azione per intessere nuovi intrecci commerciali e geopolitici, ma un atteggiamento improntato unicamente a fare cassa rischierebbe di intaccare la fiducia riposta nella Via della Seta da buona parte del mondo.  

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