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Il potere economico al servizio della sovranità nazionale: gli Usa riscrivono le regole del gioco

Poco più di una settimana fa, il Segretario del Tesoro USA, Scott Bessent, ha pronunciato un discorso che potrebbe rivelarsi epocale quanto ai presupposti e ai prossimi indirizzi della politica economica statunitense.  Egli ha infatti delineato una sistematizzazione dottrinale articolata...

Poco più di una settimana fa, il Segretario del Tesoro USA, Scott Bessent, ha pronunciato un discorso che potrebbe rivelarsi epocale quanto ai presupposti e ai prossimi indirizzi della politica economica statunitense.  Egli ha infatti delineato una sistematizzazione dottrinale articolata della stessa in cinque principi che si prefiggerebbe addirittura di sostituire l’ortodossia liberista postbellica con quello che lo stesso ha definito “economic statecraft”; in altre parole, l’uso disciplinato del potere economico americano al servizio della sovranità nazionale.

Senza alcun minimo pudore, Bessent ha riletto criticamente l’ordine economico globale che gli Stati Uniti stessi hanno costruito e promosso a partire dal 1945. Ne ha riconosciuto i benefici, dai massicci programmi di ricostruzione post-bellica, all’espansione del commercio internazionale, fino all’innalzamento degli standard di vita – ma ha anche sostenuto come le asimmetrie, inizialmente accettate dagli USA per ragioni strategiche, si siano progressivamente trasformate in abitudini, poi in assunzioni acritiche, e, infine, in vulnerabilità strutturali. Un’argomentazione che ha finito con il richiamare esplicitamente uno dei padri fondatori della nazione, Alexander Hamilton, noto per il pensiero protezionista delle origini repubblicane del Paese. Un’operazione che a molti è sembrata anche un tentativo di ricondurre il trumpismo economico (qualunque cosa questo significhi) a una genealogia americana autentica piuttosto che a una rottura radicale con la tradizione economica del paese.

Il primo principio, la sicurezza economica come capacità nazionale, è probabilmente il più rivelatore dell’intera impostazione. Il Segretario al Tesoro abbandona esplicitamente il criterio del minor costo come bussola per le catene di approvvigionamento del paese, sostituendolo con una griglia di resilienza: la capacità di ciascuna filiera di resistere a crisi, coercizione, pandemie, attacchi informatici. È un capovolgimento di paradigma che formalizza ciò che già si osservava nella pratica delle politiche industriali post-Covid, ma che qui riceve una cornice teorica esplicita, con tanto di elenco dei settori strategici – semiconduttori, intelligenza artificiale, calcolo quantistico, minerali critici, farmaceutica – destinati a diventare i nuovi pilastri della potenza nazionale statunitense.

Il secondo principio, quello della reciprocità condizionata, è dove il discorso si presenta più apertamente conflittuale. Bessent afferma che l’accesso al mercato americano non sarà più “incondizionato”, e distingue – con una linea di demarcazione che lascia ampio margine discrezionale – tra regolamentazione legittima e discriminazione. La formulazione è abile: rivendica il rispetto per la sovranità regolatoria altrui, ma si riserva il diritto di giudicare quando questa regolamentazione dovesse “degenerare” in ostilità verso le imprese americane. È precisamente questo margine interpretativo a rendere tale principio un mero strumento politico, utilizzabile selettivamente nei confronti di partner commerciali diversi, amici e alleati inclusi. In altre parole, una malcelata forma di coercizione.

Il terzo principio, sulla scrittura delle “regole della prossima economia”, proietta lo stesso schema sulle tecnologie emergenti: asset digitali, stablecoin, tokenizzazione. Qui la competizione geoeconomica viene inquadrata come una battaglia per gli standard tecnologici, in termini che ricordano da vicino il dibattito sulla sovranità digitale europea, sebbene con un’asimmetria di fondo: Washington, ovviamente, intende scrivere quelle regole da posizione di forza, non negoziarle da pari a pari. Il timore tuttavia è che l’Europa sulla sovranità digitale, come su altri aspetti delicati, si sia già arresa.

Il quarto principio, sulla leadership finanziaria, è quello che merita una lettura attenta da parte di chi segue le dinamiche del sistema dollaro-centrico. Anche qui, senza pudore, Bessent collega esplicitamente il primato del biglietto verde alla capacità sanzionatoria americana, presentandoli come due facce della stessa moneta. Il passaggio sulla necessità che le sanzioni siano “mirate, applicabili e collegate alla strategia” suona come una risposta indiretta alle critiche, anche interne agli Stati Uniti, sull’uso eccessivo e talvolta controproducente dello strumento sanzionatorio, e della “militarizzazione del dollaro” che negli ultimi anni hanno accelerato la ricerca di valute alternative da parte di alcuni paesi.

Il quinto principio, quello distributivo, è probabilmente il più politicamente strumentale: lega lo statecraft economico al benessere dei lavoratori americani, in una sintesi tra nazionalismo economico e populismo sociale che caratterizza buona parte della retorica trumpiana. È interessante notare come Bessent eviti accuratamente ogni riferimento esplicito alla Cina, preferendo un linguaggio universalizzante (“avversari”, “paesi che non condividono i nostri interessi”) che permette di applicare lo stesso schema retorico, a seconda delle circostanze, anche a quelli che un tempo erano alleati storici degli USA, come l’Unione Europea.

Dal punto di vista geopolitico, il discorso conferma una traiettoria già delineata da tempo: l’amministrazione Trump non considera il protezionismo selettivo una deviazione tattica, ma la base di una nuova dottrina economica permanente, destinata a sopravvivere oltre la contingenza dei dazi. Per l’Europa e per l’Italia, l’implicazione pratica è che la “reciprocità” promessa da Washington sarà definita unilateralmente, secondo criteri che gli Stati Uniti si riservano il diritto di interpretare. E fin qui, purtroppo, nulla di nuovo rispetto alle prassi del passato adottate dagli USA nei confronti anche di paesi amici e alleati: senza scomodare la decisione di Nixon del 1971 di porre fine alla convertibilità del dollaro in oro (il primo colpo unilaterale degli USA al sistema di Bretton Woods da loro stessi voluto) basterebbe ricordare la stagnazione ultra-decennale inflitta dall’Amministrazione Reagan al Giappone con gli Accordi del Plaza del 1985 e, per venire a tempi più recenti, ai provvedimenti dell’Amministrazione Biden nel settore digitale e di quella Trump sui dazi, entrambi, come noto, assai dannosi per le economie europee.

Resta tuttavia da vedere se questa impostazione presentata – in modo un po’ fuorviante e manipolatorio – come un ritorno alla saggezza dei padri fondatori dell’America, si affermerà e, soprattutto, se produrrà effettivamente una maggiore resilienza strutturale del paese o se finirà, invece, per alimentare ulteriori frizioni con partner e competitori che, a loro volta, rivendicano, ormai da tempo, analoghe prerogative di sovranità economica.

In ogni caso, recuperare tre decenni di de-localizzazione industriale del sistema corporate statunitense alla ricerca spasmodica di maggiori profitti (di fatto una de-industrializzazione) e condotta soprattutto a detrimento dei colletti blu del paese da un lato, e di ultra-finanziarizzazione dell’economia dall’altro, sarà tutt’altro che facile.

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