Il calo del Pil statunitense dello 0,3% nel primo trimestre è stato presentato come un segno delle problematiche indotte all’agenda di Washington dalle scelte di politica economica del presidente Donald Trump, visto che l’aumento delle importazioni e il calo degli investimenti hanno segnalato indubbiamente un momento di tensione. Ma al contempo lo stato del sistema a stelle e strisce non può esser definito in completo declino.
L’economia Usa tra alti e bassi
A poco più di tre mesi dall’insediamento della nuova amministrazione, che ha da poco superato i primi cento giorni, e a un mese dal “Liberation Day” che ha segnato l’annuncio del più ampio pacchetto di dazi americano nel post-Seconda guerra mondiale, con annessa guerra commerciale con la Cina, alti e bassi si compenetrano nel giudizio dell’economia americana. Il Pil cala, è vero, ma negli stessi giorni in cui venivano annunciati i dati sulla produzione gli Usa hanno vissuto una ripresa dei listini azionari dopo la brusca correzione del 15% imposta dal varo dei dazi di Trump.
L’indice S&P500 è cresciuto per nove sessioni consecutive, record dal 2004, e nella giornata del 2 maggio ha superato i livelli che aveva toccato nel “Liberation Day”. Segno tanto della ritirata (probabilmente temporanea) della Casa Bianca dal piano più ambizioso del consigliere Stephen Miran per spostare dall’equity al debito Usa gli investimenti per effetto dei dazi, quanto dell’effetto positivo degli annunci di un possibile allentamento delle tariffe. Ma anche della solidità di un mercato del lavoro che ad aprile ha aggiunto 177mila posti di lavoro, secondo i dati del Bureau of Labour Statistics, il 31% in più dei 135mila previsti da una recente analisi di Bloomberg.
La sfida di Trump sui tassi
L’economia americana, al netto delle difficoltà, non è dunque al palo. Trump spera che gli annunci di nuovi investimenti industriali, i tagli fiscali e una rinnovata stabilità nei rapporti economici interni spingano gli Usa a una nuova crescita sostenuta. L’amministrazione punta al fatto che le scorte fatte prima dei dazi siano in grado di proteggere le industrie dalle tariffe nel trimestre in corso. A decidere se l’economia potrà tornare a veleggiare a pieno ritmo saranno due indicatori.
Innanzitutto, il costo del denaro. E su questo fronte si registra lo scontro tra Donald Trump e la Federal Reserve di Jay Powell, pressato dalla Casa Bianca per tagliare i tassi. Nota il Financial Times che “dopo i dati sull’occupazione di venerdì, il rendimento dei titoli del Tesoro a due anni, che segue le aspettative sui tassi di interesse e si muove inversamente ai prezzi, è salito di 0,13 punti percentuali al 3,83%, poiché gli investitori hanno scommesso che la Federal Reserve statunitense avrebbe mantenuto i costi di prestito elevati per un periodo più lungo”. Il Governo vuole tassi più bassi e più margini di spesa e leva fiscale.
Il nodo dei consumi privati
Al contempo, il secondo fronte da monitorare sarà la tenuta dei consumi interni di fronte all’avvio dei dazi, che potrebbero condizionare i prezzi di molti prodotti. A marzo la spesa per i consumi è aumentata dello 0,7% dopo un +0,1% a febbraio e bisognerà aspettare i dati di aprile per capire se i cittadini americani stiano anticipando i dazi o abbiano invece piena capacità di investimento e spesa.
Rappresentando quasi il 69% del Pil, i consumi privati sono il vero driver della crescita americana. Se da un lato il calo del Pil getta un faro sul loro andamento, dati come quelli sull’occupazione danno segnali inversi rispetto a un trend declinista spesso dominante nella stampa. La realtà è che è ancora molto presto per giudicare appieno le politiche di Trump. Ma che non sarà un meccanismo unilaterale a guidare lo sviluppo americano nei prossimi mesi è un fatto ormai chiaro ed assodato.