Nelle scorse settimane l’Unione europea ha lanciato la sua strategia per il “decennio digitale” con cui il Vecchio Continente punta a tornare protagonista nella partita tecnologica globale. Parliamo di un piano omnicomprensivo che detta una via e, per ora, non si sostanzia in singoli progetti – come l’iniziativa Gaia-X per un cloud sovrano europeo a guida franco-tedesca immaginato da Parigi e Berlino – ma immagina obiettivi chiari.

La “bussola” dell’Europa digitale

L’Unione Europea ha definito “bussola digitale” (Digital Compass 2030) la strategia fondata su quattro “punti cardinali”. In primo luogo, le competenze: l’obiettivo della Commissione von der Leyen è plasmare 20 milioni di specialisti in nuove tecnologie e portare all’80% della popolazione le competenze digitali di base entro la fine del decennio.

In secondo luogo, la digitalizzazione dei servizi, con l’ambizioso obiettivo di far sì che l’80% degli europei utilizzi i servizi personali di identità digitale e ogni fascicolo sanitario e atto pubblico possa esser svolto in forma telematica. Fattispecie che aprirebbe spazio anche a nuovi mercati come quello della protezione digitale dei dati e della telemedicina.

In terzo luogo, l’ampliamento delle potenzialità delle nuove tecnologie (new It) al mondo delle imprese, con la spinta sostenuta alla digitalizzazione e all’efficientamento dei processi operativi compiuti grazie all’applicazione delle tecnologie che vanno dal 5G all’intelligenza artificiale.

Infine, quarto punto, la questione cruciale e forse trasversale a tutte le altre: quella delle infrastrutture digitali. In dieci anni l’Europa vuole creare 10mila nodi per i data center europei, consentire in tutti i Paesi la garanzia di un traffico dati superiore al gigabit per secondo a tutti i consumatori, accelerare sulla corsa al suo primo computer quantistico.

Come spesso accade nei progetti comunitari di lungo periodo e come confermato in passato in diversi ambiti, dal welfare all’ambiente, leggendo il Digital Compass 2030 verrebbe da pensare all’espressione celebre del generale De Gaulle: vaste programme! La realtà dei fatti è che anche nel Digital Compass 2030 poche proposte vanno al cuore della questione: la difficoltà per l’Unione di ritagliarsi un ruolo autonomo come attore primario nel campo tecnologico globale al fianco di Stati Uniti e Cina. Solo una è ben specificata: la strategia europea per i semiconduttori.

Angela Merkel e Emmanuel Macron da tempo perorano l’inserimento del mercato dei semiconduttori nel quadro dei progetti di interesse comunitario e vogliono vedere Germania e Francia protagoniste nel settore.

La partita dei superconduttori e il ruolo dell’Ue

Nell’ultimo decennio i semiconduttori sono diventati componenti elettronici di largo consumo, fondamentali per diversi comparti produttivi che vanno dall’industria dell’auto (dai sensori di parcheggio al controllo delle emissioni) fino all’elettronica di largo consumo (cellulari, tablet, computer, televisori e un’infinità di apparecchi e robot domestici) per i cui chip risultano di fatto insostituibili. La recente crisi di approvvigionamento globale legata alla guerra commerciale Usa-Cina e al problema delle catene del valore critiche del settore tecnologico ne ha mostrato la salienza per l’industria di tutto il pianeta.

Le tendenze del mercato globale dei chip, nell’ultimo anno, sono state condizionate dalle azioni della Cina, come fa notare StartMag: “Dovendo dipendere dalle importazioni per sostenere la propria produzione di semiconduttori”, uno dei rari settori in cui non è strategicamente autonoma, “nel 2020 la Cina ha acquistato semiconduttori in giro per il mondo come un grande aspirapolvere, e aumentato del 20% rispetto al 2019 l’importazione dei macchinari per produrre chip in proprio, con un esborso di 32 miliardi di dollari, di cui hanno beneficiato come esportatori Giappone, Corea del Sud e Taiwan”. Una strategia simmetrica e complementare a quella perseguita da Pechino sul fronte delle terre rarein cui la Cina punta a condizionare il mercato, che nel 2019 era di nicchia (1,15 miliardi di dollari) ma fondamentale, diventando esportatore di ultima istanza.

Di fronte alla prospettiva che la Cina controlli in futuro il mercato dei semiconduttori con postura autonoma gli Stati Uniti di Joe Biden hanno avviato una strategia industriale basata sul re-shoring di parte della catena del valore del settore tecnologico e sulla ricerca di alleanze sistemiche con i tre Paesi asiatici oggetto dell’interessamento industriale di Pechino. L’Ue si trova di fronte al rischio di trovarsi schiacciata come vaso di coccio tra i vasi di ferro anche in questa sfida tecnologica. E vuole reagire.

Obiettivo: 20% dei semiconduttori

Sarà di circa 30 miliardi di euro il fabbisogno economico che l’Europa ritiene necessario perché il Vecchio Continente possa raddoppiare dal 10 al 20% la quota sul mercato dei chip dei Paesi membri. Il piano immagina questa cifra come la somma degli investimenti pubblici e privati volti a aumentare la capacità produttiva delle aziende europee, creare nuovi campioni nel Vecchio Continente come le olandesi Asml e Nexp e la tedesca Infineon.

Margrethe Vestager, commissario europeo alla Concorrenza, ha dichiarato che essenziale sarà aumentare la capacità europea di produzione di macchinari per l’industria tecnologica per conquistare quote di mercato in un settore che su scala globale è previsto aumentare a 113 a 1000 miliardi di euro la sua dimensione entro il 2030.

“La strategia della Ue”, nota il principale portale italiano di studio sulla tecnologia Android, “è quindi quella di finanziare l’apertura di una grande fonderia europea in grado di garantire la produzione di chip – si partirebbe da quelli realizzati con processo produttivo a 5 nm per poi migliorare sempre più – la cui qualità sia del tutto simile a quella di TSMC (la più grande fonderia al mondo) e Samsung”.

L’approccio a livello di filiera dovrà vedere l’azione di governi e attori privati procedere in maniere sinergica. La via maestra è la somma tra investimenti pubblici, consapevolezza strategica e applicazione dei principi della concorrenza per stabilire mercati aperti e trasferimenti tecnologici tra diversi settori: la lezioni che il metodo O-Ran sta dando al mondo del 5G può trovare un suo equivalente anche in campo dei semiconduttori.

I colossi europei, in altre parole, dovranno saper dialogare tra loro per creare un terreno di confronto e competizione livellato che lasci spazio a accordi su determinati punti della filiera e valorizzi l’intero sistema abbattendo i costi finali per produttori e utenti. L’Europa deve ancora imparare a fare sistema: singoli Paesi hanno le idee chiare, come Germania e Francia, su come utilizzare il campo comunitario per moltiplicare le prospettive dell’industria e dell’economia nazionale. Altri Stati, Italia in primis, dovranno capire in che misura queste innovazioni possono essere intercettate dall’industria nazionale e contribuire al progresso del sistema-Paese.